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Il Cavaliere Domenico De Rosa: “Adesso l’Europa o cambia o sparisce”

Di:
Comunicato Stampa
Pubblicato il: 04/04/2025
Aggiornato il: 04/04/2025
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Il Cav lancia l’allarme: basta con le politiche dogmatiche e ambientaliste. Per salvarsi, l’Europa deve tornare alla realtà

Cavaliere De Rosa, lei ha recentemente lanciato un appello forte: “Adesso l’Europa o cambia o sparisce”. Cosa intende esattamente?

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Siamo arrivati a un punto di non ritorno. L’Europa deve decidere se vuole sopravvivere o continuare a raccontarsi favole. Non siamo più davanti a un bivio teorico, ma sull’orlo di un crinale: o si cambia, o si scompare. Troppo a lungo ci siamo cullati nel mito della nostra eccezionalità – come potenza normativa, campionessa del multilateralismo, simbolo di sostenibilità. Tutto molto nobile. Ma il mondo attorno a noi è cambiato.

In che senso l’Europa non è più in linea con la realtà attuale?

Abbiamo scoperto che le regole che ci siamo dati valgono solo se anche gli altri le rispettano. Che l’etica non può costarci la possibilità stessa di esistere. E che la sostenibilità non è più sostenibile se distrugge ciò che dovrebbe sostenere: la nostra economia. Oggi si gioca secondo la logica dei blocchi, dei dazi, della supremazia energetica e industriale. Washington ha smesso di fingere: protegge chi è strategicamente rilevante e colpisce chi è fuori. Il commercio è tornato a essere pura geopolitica. La globalizzazione aperta? È un ricordo.

Eppure l’Europa continua a insistere su modelli idealistici.

Esatto. Continuiamo a recitare il copione dell’idealismo regolatorio mentre tutto il resto del mondo è già passato all’azione. Siamo come un antiquario che discute di stilemi mentre crollano i muri portanti attorno. Gli Stati Uniti incentivano la produzione interna, la Cina fa lo stesso in modo brutale ma efficace. E noi? Produciamo direttive. È una miopia che rischia di costarci tutto.

Lei ha individuato nel Green Deal uno dei problemi principali. Perché?

Il Green Deal, sulla carta, è un piano ambizioso. Ma si è trasformato in un impianto ideologico. Abbiamo subordinato l’intera agenda economica a vincoli ambientali pensati senza un reale confronto con il mondo produttivo. Non si tiene conto dei costi sociali, del contesto globale, né della realtà industriale. Nessuno nega l’urgenza della crisi climatica, ma non si salva il pianeta rovinando un continente. Non si può decarbonizzare ciò che non si produce.

Cosa propone quindi per salvare l’ambizione ecologista senza compromettere l’industria?

Bisogna sospendere immediatamente le politiche ecologiste così come sono concepite oggi. Servono coraggio e lucidità: vanno riviste, riallineate alla realtà. Non per rinunciare all’ambizione, ma per evitarne il fallimento. Nessuna transizione è possibile senza industria, energia, capitale e consenso sociale. E l’Europa, oggi, non ha nessuna di queste quattro cose.

In pratica, quale dovrebbe essere la direzione?

Serve un nuovo Patto Industriale Europeo. Meno burocrazia, più investimenti produttivi. Meno ideologia, più strategia. Meno simboli, più sostanza. Dobbiamo tornare a produrre acciaio, microchip, energia. Dobbiamo sederci ai tavoli dove si decide, non accontentarci di essere citati nei panel. Il tempo dell’autocompiacimento è finito. Chi non cambia ora, non cambierà mai più. E chi non cambia, semplicemente, svanisce.

Un’ultima domanda: c’è ancora tempo per invertire la rotta?

Non è tardi. Ma non c’è più margine d’errore. Questa è l’ultima chiamata. L’Europa deve decidere: vuole essere protagonista del nuovo mondo, o solo un monumento del vecchio?

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