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Cilento

Sant’Antonio Abate: il gigante del deserto protettore degli animali. Nel Cilento la tradizione delle “focare”

copri la vita di Sant’Antonio Abate, pioniere del monachesimo e protettore degli animali. Dalle tentazioni nel deserto alle tradizioni popolari dei falò

Concepita Sica
16/01/2026 8:30 PM
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Sant'Antonio Abate

Sant’Antonio Abate è riconosciuto come il pioniere del monachesimo cristiano e il primo abate. È il patrono dei macellai, dei salumieri, dei contadini, degli allevatori e degli animali domestici. Inoltre, è invocato per proteggere contro l’herpes zoster, comunemente noto come “fuoco di Sant’Antonio”.

La biografia del santo

La vita di Sant’Antonio Abate è narrata dal suo discepolo Sant’Atanasio, vescovo di Alessandria, nell’opera intitolata “Vita Antonii”, concepita per diffondere l’esempio di questo straordinario individuo. Nato nella città di Coma, oggi Qumans, in Egitto, il 12 gennaio 251, Antonio proviene da una famiglia di agricoltori benestanti e devoti.

Tra i diciotto e i vent’anni rimane orfano di entrambi i genitori. Ispirato dal passo evangelico “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo”, prende una decisione radicale: distribuisce l’eredità al villaggio, affida la sorella a vergini consacrate e abbraccia la vita ascetica nei deserti egiziani.

Tutte le leggende legate al santo

Si racconta che Sant’Antonio scorse in visione un eremita che intrecciava una corda alternando il lavoro alla preghiera; da qui deriverebbero le fondamenta del motto “Ora et labora”. Antonio visse in una tomba scavata nella roccia, dove fu ripetutamente percosso dal demonio, per poi spostarsi nel 285 sul monte Pispir. Qui rimase per circa vent’anni in una fortezza abbandonata, nutrendosi solo del pane calatogli due volte l’anno.

Una figura di conforto per i bisognosi

Nonostante il desiderio di isolamento, Antonio divenne un punto di riferimento. Offriva consigli, operava guarigioni e liberazioni. Molti si unirono a lui, dando vita a due comunità di “Padri del deserto” lungo il Nilo. Nel 311 si recò ad Alessandria per sostenere i cristiani perseguitati da Massimino Daia. Persino l’imperatore Costantino cercò i suoi consigli. Morì il 17 gennaio 356, all’età di 105 anni, dopo essersi ritirato nel deserto della Tebaide.

La venerazione e il legame con il maiale

Nel 561 la scoperta del suo sepolcro diede inizio al viaggio delle reliquie verso la Francia. A Motte-Saint-Didier sorse una chiesa e un ospedale gestito dagli “Antoniani” per curare l’ergotismo, o “fuoco sacro”.

Il papa accordò ai religiosi il privilegio di allevare maiali per il sostentamento e per usare il loro grasso come unguento per le piaghe. I maialini, riconoscibili da una campanella, circolavano liberi: da qui nasce l’iconografia del Santo accompagnato dal maiale, simbolo della sua protezione su tutti gli animali domestici.

L’iconografia del santo

Sant’Antonio è solitamente raffigurato come un anziano dalla barba bianca con un bastone. Spesso l’estremità del bastone ha la forma di un “Tau” (T), allusione alla croce e alla fine dei tempi. La tradizione popolare narra che Antonio usò quel bastone per rubare il fuoco all’inferno e portarlo agli uomini, motivo per cui il 17 gennaio si accendono i celebri falò o “focare”.

La simbologia e la lotta contro il male

Oltre al Tau rosso, i simboli ricorrenti includono:

  • La mitra: se rappresentato come abate.
  • Il libro delle Sacre Scritture: per la sua profonda conoscenza dei testi sacri.
  • Il fuoco: richiamo alla guarigione dell’herpes zoster.
  • Il serpente: simbolo della lotta costante contro il demonio.

Detti della tradizione popolare

Il 17 gennaio segna tradizionalmente l’inizio del Carnevale. Tra i detti più celebri ricordiamo:

  • Puglia: “Sant’Andunje, masckere e sune” (Sant’Antonio, maschere e suoni).
  • Mondo contadino: “A Sant’Anduono ogni puorco è buono”, riferito al periodo ultimo per la macellazione.
  • Infanzia: Sant’Antonio era invocato anche per il cambio dei denti da latte con la formula “tecchete ‘u viecchio e damme ‘u nuovo”.

Nel Cilento, in diverse comunità, si “celebra” il fuoco, elemento simbolo di Sant’Antonio, con focare nelle piazze principali dei paesi.

La festa tra fede e folklore

Sant’Antonio “il Grande” ha influenzato profondamente la Chiesa; lo stesso Sant’Antonio da Padova scelse il suo nome in onore dell’eremita egiziano. Nell’Italia meridionale è spesso chiamato “Sant’Antuono” per distinguerlo dal santo padovano.

A Eboli, la tradizione si rinnova ogni anno al rione Paterno. Presso la Chiesa di Santa Maria ad Intra, si ripete il rito della benedizione degli animali (maiali, mucche, asini), un tempo pilastro dell’economia agricola delle masserie e oggi momento di fede e aggregazione comunitaria.

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