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Alburni

Roscigno: offese durante lo spoglio elettorale, nessun risarcimento per la presidente di seggio

La Cassazione chiarisce che il danno all'onore non è mai in re ipsa: anche per l'oltraggio a pubblico ufficiale serve la prova delle conseguenze.

Di: Ernesto Rocco
Pubblicato il: 10/03/2026
Aggiornato il: 11/03/2026
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La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 5381 pubblicata il 10 marzo 2026, ha messo un punto definitivo su una complessa vicenda legale nata nel 2012 nel Comune di Roscigno. Il caso riguardava le offese rivolte al Presidente di un seggio elettorale, che secondo le accuse sarebbe stata sbeffeggiata e insultata durante la proclamazione degli eletti da un gruppo di cittadini, compreso il sindaco Pino Palmieri. Nonostante l’accertamento della condotta offensiva in sede penale, gli Ermellini hanno confermato che la lesione dell’onore non comporta un risarcimento automatico.

La vicenda: dalle urla in piazza alle aule della Suprema Corte

I fatti risalgono alle consultazioni amministrative del 6 maggio 2012. Secondo la ricostruzione processuale, mentre la presidente comunicava ufficialmente i risultati elettorali, gli imputati l’avevano interrotta con urla, fischi e “applausi di beffa”, apostrofandola con espressioni come “venduta” e “statt a casa”. Sebbene il Tribunale di Salerno avesse inizialmente condannato gli autori del gesto per il reato di oltraggio a pubblico ufficiale, il successivo annullamento della sentenza penale ha spostato la battaglia legale interamente sul piano civile.

La ricorrente chiedeva che la gravità della condotta fosse sufficiente a giustificare il ristoro economico, sostenendo che l’offesa al prestigio di un pubblico ufficiale portasse con sé un inevitabile danno morale, essendo ella divenuta “bersaglio di risentimento degli sconfitti ed esposta al pubblico ludibrio di fronte alla cittadinanza raccolta”.

Il principio di diritto: il “danno conseguenza” va sempre provato

La Terza Sezione Civile, presieduta da Antonietta Scrima, ha rigettato il ricorso, ribadendo un principio cardine della responsabilità civile: il danno non patrimoniale non può mai essere considerato in re ipsa (ovvero implicito nel fatto stesso). Secondo i giudici, anche in presenza di un reato, chi richiede il risarcimento ha l’onere di allegare e provare concretamente le conseguenze pregiudizievoli subite.

Nella motivazione si legge che il danno all’onore e alla reputazione:

“costituendo anch’esso pur sempre un danno-conseguenza, deve essere specificamente allegato e provato ai fini risarcitori, anche mediante presunzioni, non potendo mai considerarsi in re ipsa”.

La Corte ha dunque sottolineato che l’accertamento dell’evento in sede penale non esime la vittima dal dimostrare come quell’offesa abbia effettivamente inciso sulla sua vita o sulla sua sfera psicologica. Nel caso di specie, le allegazioni della ricorrente sono state ritenute troppo generiche, impedendo così la liquidazione di un risarcimento.

Le conclusioni della Cassazione e le spese di giudizio

Il collegio ha rilevato che, per quanto l’episodio fosse “increscioso”, non è stata fornita la prova del nesso di causalità giuridica tra l’insulto e un danno concreto alla reputazione che andasse oltre la mera condotta illecita. Di conseguenza, oltre al rigetto del ricorso, la Cassazione ha condannato la ricorrente a rifondere le spese di giudizio in favore della controparte, liquidate in 2.000,00 euro.

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