“Non entrano nei fatti vostri; vi rivolgono di rado la parola, ma non perché timidi o privi d’eloquenza, ma perché assenti in propri pensieri. Ma basta che esprimiate un desiderio, ed eccoli farsi a pezzi per accontentarvi: lo fanno per inclinazione a farsi benvolere, e mi pare ormai civiltà assai rara. Terra ospitale, terra d’asilo!”.
Con queste parole Giuseppe Ungaretti descriveva il popolo cilentano, incontrato durante un viaggio nel 1932. Il poeta, nato l’8 febbraio 1888 ad Alessandria d’Egitto, affidò il ricordo di quei luoghi — tra cui Paestum, Agropoli, Pioppi e Velia — a pagine intense, raccolte successivamente nell’opera Il deserto e dopo, nella sezione intitolata Mezzogiorno.
Il poeta della parola nuda
Ungaretti è stato un autore in costante evoluzione. Fondamentali per la sua formazione furono gli anni parigini, dove frequentò giganti dell’avanguardia come Picasso, Modigliani e Apollinaire. Tuttavia, fu l’esperienza della Prima Guerra Mondiale a segnarlo indelebilmente.
In trincea, circondato dalla morte, scrisse le “lettere piene d’amore” che compongono Il porto sepolto. In questa fase, la sua poesia rompe con la tradizione: i versi sono liberi, la punteggiatura scompare e la parola emerge “nuda” nella sua essenzialità. Un ritorno a forme più classiche si avrà solo nel 1933 con la raccolta Sentimento del tempo.
Un taccuino tra mare e storia
Tra il 1931 e il 1933, Ungaretti visitò il Cilento come inviato della Gazzetta del Popolo. Nel capitolo Elea e la primavera, descrive il passaggio per la piana del Sele osservando con curiosità le bufale, definendole “brave bestie” e lodando le “squisite mozzarelle”, vanto della regione.
L’arrivo ad Agropoli colpisce la sua immaginazione visiva: paragona la rupe della città a un canguro che nasconde il centro abitato nella sua “pancia”. Giunto a Velia, il silenzio lo spinge a dialogare con il fantasma di Parmenide, riflettendo sull’immortalità del pensiero oltre la caducità del corpo. Il viaggio prosegue poi verso Pisciotta, descritta come un borgo architettonicamente stratificato tra ulivi e mare, e Palinuro, dove rimane incantato dalla trasparenza quasi irreale delle acque del porto.
La meraviglia davanti ai templi di Paestum
Un capitolo cruciale è dedicato a Paestum. In La rosa di Pesto, il poeta osserva i templi con una sorta di timore reverenziale. Descrive il gracchiare delle cornacchie tra le colonne del Tempio di Nettuno, notando quasi con stupore come il ritmo del loro verso sembri ricalcare la metrica dell’architettura greca. Per Ungaretti, l’arte di Paestum rappresenta una “giusta misura” che, nella sua perfezione, mette l’uomo di fronte al limite della propria finitezza.
L’eredità del soldato della speranza
Nonostante una vita segnata dal dolore della guerra e da gravi lutti familiari, Ungaretti non si arrese mai al nichilismo. Mantenne intatta la capacità di stupirsi di fronte alla bellezza e conservò una profonda fiducia nell’umanità. Nel giorno del suo ottantesimo compleanno si definì un “uomo della speranza, anzi, il soldato della speranza”. Il poeta si è spento a Milano il 1° giugno 1970, lasciandoci in eredità uno sguardo sul Cilento che ancora oggi brilla per modernità e sensibilità.
