Nato in Germania da genitori cilentani, Alfredo Vassalluzzo cresce nel Cilento, un territorio che segna profondamente la sua formazione umana e culturale. È qui che sviluppa un primo sguardo attento alle relazioni e alla dimensione sociale, elementi che nel tempo diventeranno centrali nella sua attività di docente e nella sua scrittura.
Oggi scrittore e docente di Italiano e Storia presso l’Istituto Sandro Pertini di Albano Laziale, Vassalluzzo è autore del romanzo Gargoyle, nato dalla sua esperienza di insegnamento all’interno del carcere di Velletri e che sarà presentato sabato 25 aprile a Marina di Camerota, nell’ambito della manifestazione “Leggere: un ponte verso l’altro” alle ore 19.00.
Un percorso che intreccia radici, formazione e vissuto, e che trova nella narrazione uno spazio di riflessione sui temi dell’educazione, della marginalità e delle relazioni umane.
Partiamo dalle origini: qual è il suo legame con il Cilento?
Il Cilento è il luogo in cui sono cresciuto, non ricordo nemmeno quando mi ci sono trasferito, tanto ero piccolo, ed è stato fondamentale per la mia formazione. È un luogo che ti insegna a osservare, a rallentare, a dare valore alle relazioni ma anche, e soprattutto, a sognare. Anche quando la vita mi ha portato altrove, quel modo di guardare il mondo è rimasto. Credo che molto del mio sguardo narrativo nasca proprio lì, da un territorio aspro e bellissimo, ricco di contraddizioni, di tradizioni e di una mentalità ancora poco contaminata.
C’è qualcosa del Cilento che sente ancora oggi dentro il suo modo di raccontare?
Sì, direi lo sguardo. Un modo di osservare le persone senza fretta, senza giudizio immediato. Anche quando scrivo di contesti molto diversi, come il carcere, porto con me quel tipo di attenzione. Il Cilento mi ha insegnato a guardare le cose da angolazioni diverse, da diverse prospettive che relativizzano tutto. Credo che non esista al mondo qualcosa che sia assoluto, stando al mio romanzo, anche nei detenuti, nei delinquenti, esiste sempre qualcosa che li differenzia da quello che sono e che la società attribuisce loro. Sta a noi scoprirlo e valorizzarlo.
Il suo percorso passa dalla scuola, ma non resta confinato all’aula. Quando ha capito che quell’esperienza poteva diventare scrittura?
Non è stato un passaggio immediato. Per molto tempo la scuola è stata solo esperienza. Poi ho sentito il bisogno di fermarmi e riflettere su quello che vedevo. La scrittura è arrivata come una forma di restituzione quando mi sono ritrovato a insegnare in un luogo assurdo, il carcere.
L’esperienza nel carcere di Velletri sembra essere stata uno spartiacque. Che cosa ha messo in discussione dentro di lei?
Molto. Soprattutto le idee preconfezionate che, vuoi o non vuoi, tutti ci portiamo dentro. Il carcere ti costringe a rivedere categorie semplici e allo stesso tempo, a confrontarti con storie complesse. È un luogo in cui le relazioni emergono in modo più diretto, senza molti filtri. E in questo ho ritrovato molto della mia terra d’origine.
Nel romanzo Gargoyle non racconta solo un ambiente, ma soprattutto le persone. Era questo il suo obiettivo fin dall’inizio?
Sì. Non mi interessava descrivere il carcere come spazio fisico, ma raccontare le persone che lo abitano. Restituire loro una voce, una complessità, evitare semplificazioni. Poi lo spazio ha preso corpo da sé, un processo automatico. Come anche i personaggi, li ho pensati, li ho creati ma poi si sono strutturati da soli, in maniera naturale.
In questi giorni alcune sue riflessioni sul rapporto tra scuola e social sono state riprese da diverse testate nazionali. Qual è, secondo lei, il nodo più critico oggi?
Il punto centrale è la credibilità dell’adulto. Quando chi educa perde autorevolezza, si indebolisce l’intero sistema. Non è una questione tecnica, ma profondamente relazionale.
Oggi sarebbe inutile negarlo: non sono solo gli adolescenti ad essere attratti dai social, ma anche gli adulti. E questo segna una differenza importante rispetto al passato. Per la mia generazione, l’adulto rappresentava un punto di riferimento, un modello. Oggi, invece, accade sempre più spesso di vederlo protagonista di contenuti superficiali, talvolta persino caricaturali, che finiscono per indebolirne la funzione educativa.
Se ci si ferma a osservare con attenzione ciò che viene proposto da molte piattaforme, emerge una tendenza preoccupante: viene spesso valorizzata la banalità, quando non una forma esplicita di impoverimento culturale. In questo contesto, il rischio è che venga meno proprio ciò che dovrebbe orientare: l’esempio.
Lei parla spesso di relazioni. È questo il filo che tiene insieme insegnamento e scrittura?
Sì, direi di sì. Le relazioni sono il punto centrale. In aula come in carcere, e anche nella scrittura. Senza relazione non c’è educazione, e nemmeno narrazione.
In un tempo dominato dalla velocità, che spazio ha ancora la scrittura?
La scrittura è uno spazio di lentezza. Non serve a dare risposte immediate, ma a capire meglio le domande. Ed è proprio questo, oggi, che manca di più.
Che rapporto ha con i suoi studenti?
Un rapporto di fiducia, direi. Insegnare non vuol dire trasferire contenuti ma contribuire a costruire la capacità di giudizio nei ragazzi, alimentare una sana curiosità per gli eventi e per le relazioni tra di essi. Bisogna capirli questi ragazzi, primo perché, come dicevo prima, sono disorientati in una società che non offre apprezzabili modelli e, secondo perché, sono spesso colpevolizzati per mancanze che sono proprio di quegli adulti che dovrebbero costituirne il modello.
