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Cilento

26 febbraio 2020: la biologa di Montano Antilia e l’inizio dell’incubo Covid nel salernitano

Ricorrono sei anni dal primo caso di Covid-19 nel Cilento. La storia della "Paziente Uno" a Montano Antilia, le parole di De Luca e la ricostruzione dell'emergenza

Di:
Ernesto Rocco
Di:Ernesto Rocco
Inizia l'attività giornalistica nel 2003, collaborando con il mensile "Il Cilento Nuovo". Successivamente diventa addetto stampa dell'U.S.Agropoli 1921, ruolo che manterrà fino al 2013 e che...
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Pubblicato il: 26/02/2026
Aggiornato il: 26/02/2026
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Il 26 febbraio 2020 resta una data spartiacque per il salernitano. In quel mercoledì di sei anni fa, l’eco dell’emergenza sanitaria che stava travolgendo il Nord Italia trovò un riscontro concreto e all’epoca allarmante nel Cilento, con la registrazione del primo caso ufficiale di positività al coronavirus nel territorio salernitano.

Protagonista della vicenda una biologa ventiseienne di origini ucraine, residente a Montano Antilia ma in servizio presso un ospedale di Cremona, rientrata nel proprio comune d’origine per un breve periodo di riposo.

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L’arrivo del virus e la gestione dell’emergenza

La giovane professionista manifestò sintomi lievi e fu inizialmente ricoverata presso l’ospedale San Luca di Vallo della Lucania. Data la novità assoluta del quadro epidemiologico — l’Italia era allora il primo Paese europeo investito dall’esplosione dei contagi — i tamponi vennero inviati per la conferma definitiva allo Spallanzani di Roma. Una volta accertata la positività, la paziente fu trasferita all’ospedale “Cotugno” di Napoli.

Immediata fu la reazione delle autorità locali. Il sindaco di Montano Antilia, Luciano Trivelli, dispose l’isolamento precauzionale per tutti i contatti stretti della donna, a partire dal nucleo familiare, nel tentativo di arginare sul nascere il rischio di un focolaio autoctono.

Il monito di Vincenzo De Luca sulla responsabilità

Sulla vicenda intervenne con fermezza il Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, il quale pose l’accento sulla necessità di limitare gli spostamenti dalle aree a rischio, criticando la scelta della biologa di rientrare nonostante la consapevolezza della situazione critica negli ospedali lombardi.

Il Governatore ricostruì minuziosamente la catena dei contatti:

“Si deve fare un appello al senso di responsabilità, eliminando viaggi nelle aree a rischio non necessari. La signora di nazionalità ucraina che è venuta in Campania, nel Cilento, partendo dall’ospedale di Cremona che ha parecchie decine di pazienti contagiati, è un tecnico di laboratorio, una persona consapevole del problema. E’ proprio necessario fare questo spostamento? Arriva con un Frecciarossa, scende alla stazione di Salerno la sera del 25, sale su un autobus di Trenitalia, viene portata a Vallo Scalo e poi in auto a Montano Antilia, dove ha la famiglia. Quando viene fuori che è positiva, abbiamo dovuto ricostruire tutta la catena dei contatti avuti nelle ore precedenti. Per seguire questo caso ci sono volute 36 ore”.

L’episodio mise a dura prova la macchina della prevenzione dell’ASL di Salerno, costringendo alla chiusura precauzionale di un liceo frequentato da 800 studenti e alla sanificazione dei mezzi pubblici coinvolti.

Il timore dei rientri e la diffusione nel comprensorio

Quello della biologa fu solo l’inizio di una stagione segnata dalla paura per i rientri dal Nord. Le immagini delle stazioni affollate e delle “fughe” post-DPCM rimasero impresse nella memoria collettiva. Nonostante gli sforzi, il virus iniziò a circolare rapidamente nel Salernitano.

Mentre la “Paziente Uno” guarì in un paio di settimane tornando al suo lavoro a Cremona, altre zone della provincia affrontarono scenari drammatici. Il Vallo di Diano divenne la zona più colpita della prima fase a causa di un focolaio originatosi durante un raduno religioso a Caggiano, registrando numerose vittime. Anche centri maggiori come Agropoli non furono immuni, pagando un tributo di vite umane all’avanzata della pandemia.

Verso il superamento della crisi

L’emergenza, caratterizzata in Campania da restrizioni particolarmente rigide per volontà regionale, iniziò a mostrare i primi segni di cedimento solo nel 2021, con l’avvio delle campagne vaccinali di massa. A sei anni di distanza, quel primo caso a Montano Antilia rimane il simbolo dell’inizio di un’epoca che ha cambiato profondamente il tessuto sociale e sanitario del territorio cilentano.

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