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Cilento

Il Cilento nell’800: Agropoli pericolosa. Pisciotta terra di belle ragazze

Agropoli? Pericolosa; Camerota? Squallida; S.Giovanni a Piro? sporca

Di: Redazione Infocilento
Pubblicato il: 15/09/2020
Aggiornato il: 14/09/2020
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Agropoli? Gli abitanti non godono di buona fama. Camerota? È squallida. San Giovanni a Piro? Un villaggio assai sporco. Sono questi soltanto alcuni degli aneddoti che il pittore inglese, Arthur John Strutt, racconta nelle sue memorie del viaggio che lo portò nel 1838 a percorrere l’Italia Borbonica, partendo da Roma e arrivando a Palermo. In questo percorso a tappe nel Meridione, percorrerà anche il Cilento, spingendosi oltre Paestum che all’epoca rappresentava forse l’ultimo baluardo della civiltà. 

Ma la descrizione che lo scrittore inglese fa del Cilento non è soltanto di un territorio povero, a tratti arretrato, ma anche quello di paesaggi mozzafiato, di gente accogliente, di piatti da favola preparati secondo quelli che saranno i canoni poi descritti da Ancel Keys quali parametri della dieta mediterranea.

“A Pedestrian tour in Calabria & Sicily”, questo il nome originale del testo, è un diario del viaggio affrontato da Arthur John Strutt insieme ad un poeta inglese, William Guglielmo Jackson, che raccoglie le lettere inviate dall’autore ai genitori che risiedevano a Roma. In Inghilterra è stato pubblicato nel 1841, ottenendo un discreto successo. Le riedizioni sono arrivate, in tempi ben più recenti, anche in Italia. L’editore Galzerano ha raccolto le lettere che descrivono il Cilento in un libro, di recente ripubblicato, dal titolo “Passando per il Cilento”. Un testo, questo, di grande valore storico poiché ci descrive un territorio non soltanto sotto il profilo paesaggistico ma anche storico e soprattutto sociale.

Tutto comincia da Paestum dove i due viaggiatori vengono accolti da “un pastore così irresistibilmente pittoresco che non potei sottrarmi alla tentazione di aggiungerlo alla mia collezione. Indossava un giubbetto blu e brache verdi. Da una spalla pendeva il capo più caratteristico del suo abbigliamento e cioè un giaccone di pelle di pecora sul quale era un corto e logoro mantello marrone scuro. Le gambe erano avvolte in fasce gialle. Ai piedi erano legati sandali di robusto cuoio. Coronava il tutto un leggero cappello marrone a pan di zucchero”. Nella città della piana del Sele, i due inglesi vengono attrati dalla maestosità dei tempoli:“Quello di Nettuno è senza dubbio il più perfetto e quello che colpisce di più sia per le proporzioni che per il colore”, scrive Strutt che nelle pagine successive ci descrive un aneddoto molto attuale. Mentre disegna i templi, gli si avvicina “un funzionario dal naso rincagnato con un berretto lucido ed una giacca col collo rosso. Con un tono autorevole mi chiese se avevo avuto dal governo il permesso di disegnare la pianta delle rovine. Mi fu severamente proibito di continuare a disegnare. Scoprimmo però che la severità di quel tipo doveva meravigliosamente scomparire all’idea di una mancia”.

Il viaggio di Strutt, poi, continua verso il sud del territorio ma superando Agropoli, “un villaggio che sorge su una roccia che, strapiombando sul mare, offre una magnifica veduta della baia di Salerno”. “I suoi abitanti – avverte però lo scrittore – sono di origine saracena e non godono di buona reputazione fra i loro vicini”, quindi i due viaggiatori tirano dritto per Castellabate dove incontreranno il barone Perrotti: “ci ricevette con la massima cortesia, col cappelli in mano. A mezzogiorno fu servito il pranzo. Il barone assegnó a J. e a me i posti d’onore, alla sua destra e alla sua sinistra […] Ci fu prima servita la zuppa in una enorme terrina. Per stuzzicare il nostro appetito, seguirono fettine di salame, ulive e acciughe. Vennero poi polli arrosto e asparagi, dopo di che solennemente gustammo un pezzo di burro, conservato in una vescica….dopo di che fece la sua apparizione un gran vassoio di fritto misto, e cioè verdure di vario genere, pezzetti di pane ed altre cose tutte fritte, e quindi un piatto di sostanzioso pesce anch’esso fritto. Se aveste visto con quale slancio ospitale il barone ci ha servito, voi vi domandereste come è che siamo riusciti a consumare non solo ciò, ma anche quaglie arrosto, insalata, formaggi freschi, arance ed eccellenti fichi del paese. Il vino della sua cantina – forte e quasi nero -costituì un ottimo accompagnamento”. Il viaggio – rigorosamente a piedi – prosegue lungo la costa, ad Ascea i due si ritrovano dinanzi “la fortezza di Castello a Mare della Bruca”, dove “scoprimmo intorno alla sua base frammenti di mura ed altre incomprensibili rovine dell’antica città di Velia; ma esse sono così mal ridotte che a me l’antica e pittorica fortezza gotica, che sorgeva in alto, sembrò molto più interessante”. A Pisciotta, invece, si imbattono in “Trenta o quaranta ragazze (tutte graziose) occupate a trasportare sulla loro testa carichi di legna da fornire a due brigantini che dovevano portarla a Napoli”.

Poi il passaggio a Camerota: “posta sul cocuzzolo di un’altura isolata e rocciosa, esaspera lo stanco viaggiatore che continuamente s’imbatte in un burrone per discendere in una ripida salita da scalare. Tuttavia, finalmente raggiungemmo la meta, e cioè ci trovammo in un paesino squallido”.
Qui Strutt racconta anche il curioso andeddoto di un veneziano: “Aveva lasciato Venezia per servire l’esercito francese. Il corpo d’armata al quale apparteneva era stato mandato ad occupare le cittadine e i villaggi di questo distretto. Destinato a Camerota, si era innamorato di una bella ragazza del luogo e l’aveva sposata. Presto il suo reggimento era stato richiamato e l’aveva seguito fino a Roma. Qui poco dopo il suo corpo veniva sciolto ed egli restava senza lavoro. La moglie, in quel tempo malata, veniva assalita da una grande nostalgia per il suo paese e lo convinceva a ritornare a Camerota con la figlioletta. Presto ella cessava di vivere e moriva. Subito dopo anche la bambina; così il povero veneziano restava solo, senza amici, senza un soldo e senza i mezzi per trasferirsi in un luogo dove potesse trovarsi un lavoro. Riusciva, tuttavia, a non morirsi di fame facendo il servitore del Brigadiere dei Gendarmi”.

Neanche la “fredda” San Giovanni a Piro esalta i due viaggiatori inglesi: il centro collinare descritto come un “villaggio assai sporco”: “le strade sono strette e le case sono rese nere dal sudiciume”. Una situazione non certo piacevole tanto che alla fine “fummo lieti di lasciare san Giovanni a Piro”. L’ultima tappa del viaggia porta Strutt e Jackson a Sapri. Qui incontrano delle fanciulle che incantano per il loro abbigliamento: “I loro aderenti corpetti sono allacciati davanti; le pesanti gonne di panno azzurro, troppo lunghe per i lavori di casa, vengono generalmente piegate, strette sui fianchi o allacciate con un cordone rosso, le estremità del quale ornate di fiocchi, pendono da un lato. Le gonne così sollevate lasciano esposte le gambe coperte di calzettoni di colore scarlatto; calzettoni, se così possono chiamarsi, i quali arrivano soltanto fino alle caviglie, lasciando i piedi nudi”.

Dopo Sapri Strutt lascia il Cilento, un territorio dimenticato dal governo borbonico, e che solo dieci anni primi era stato protagonista dei moti insurrezionali; dei paesi che nonostante la povertà si mostrano sempre aperti, disponibili e gentili per dei viaggiatori.

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