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“Camina, vieni con noi o ti chiavo queste sciabola in corpo!!!”

Una fuga rocambolesca dal Castello di Agropoli avvenuta il 18 maggio 1812

Ernesto Apicella
2 Agosto 2017
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Una fuga rocambolesca dal Castello di Agropoli avvenuta il 18 maggio 1812

Curiosando tra gli antichi libri e polverosi incartamenti che raccontano la storia di Agropoli, ho trovato un’interessante relazione di Polizia redatta nel lontano 1812.
Mi immergo in questa relazione…
E’ il 18 maggio 1812, sono le ore 8.00 del mattino e mi trovo in una stanza del Castello di Agropoli. Dall’unica finestra entra un raggio di sole che illumina l’ambiente umido, maleodorante e disadorno. La stanza è il simbolo dello stato di decadenza del Castello. Nel 1806, il Castello è stato occupato dalle truppe francesi di Giuseppe Bonaparte, che lo hanno fatto cadere in uno stato di abbandono senza precedenti. Mi siedo in un angolo della stanza, su una sedia di legno scricchiolante, per assistere all’indagine che sta conducendo il Commissario di Polizia di Agropoli, Francesco Mangoni. Preso dalla curiosità, chiedo sottovoce ad un militare presente cosa fosse successo. Lui mi risponde che nella notte precedente erano evasi dalle prigioni del Castello, diciotto siciliani.

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Dietro una piccola e scolorita scrivania è seduto il Commissario di Polizia Mangoni. Un paio di occhialini sotto i quali si intravedono degli occhi vispi, viso ovale, parrucca alla francese, linguaggio forbito. Il Commissario apre l’inchiesta elencando i testimoni presenti:
“ Nell’anno milleottocento dodici, il giorno diciotto maggio in Agropoli, innanzi a noi Commissario di Polizia di Agropoli si sono fatti venire Biagio Mangone di anni 38, Sergente dei Legionari e Gioan Domenico Stoppelli di anni 22, Caporale dei Legionari. I Legionari: Benedetto Gatti di Matonti, Nicola Garofalo di anni 42 e Biagio Donnabella di Matonti. Il Cannoniere Litorale, Pasquale Apone di Prignano.
Al fine di farci raccontare li fatti e circostanze sulla fuga dei 18 prigionieri siciliani detenuti nel Castello di questa piazza e sull’emigrazione di alcuni Cannonieri”.

Il primo ad essere interrogato è il Legionario Benedetto Gatti. Un ragazzotto di media statura, capelli neri cortissimi, che si esprime in buon italiano:

“Nella scorsa notte, verso le 4 e mezza, stando alla custodia con il sergente Biagio Mangone, dei 18 prigionieri siciliani, passeggiando nella stanza ad uso di Corpo di Guardia, ci siamo veduti sorpresi, colli fucili alla mano ingrillati e montati di baionetta, dal Sergente dei Cannonieri Alessio Bosi e dai Cannonieri Domenico Varrecchia e Nicola Francolino. Uno dei Cannonieri mi ha tirato un colpo di baionetta nel petto, mentre il Sergente Bosi mi ha tirato un altro colpo di baionetta, che ho evitato che mi colpisse alla natica sinistra. La baionetta ha colpito il pavimento e si è rotta in tre parti. Dopo qualche minuto sono usciti dalle prigioni i 18 prigionieri siciliani, muniti di sciabole e fucili ingrillati, che gli erano stati forniti dai Cannonieri, ci hanno intimato di tacere e ci hanno legato con funi di piccola mole”.

Il quadro della fuga si sta facendo più chiaro. I prigionieri siciliani erano stati aiutati da alcuni cannonieri del Castello, molto probabilmente filoborbonici.

E’ chiamato a testimoniare il Sergente dei Legionari Biagio Mangone, trentottenne, figlio di Gennaro, deceduto da qualche anno, possidente di numerose proprietà in Agropoli. Biagio è un po’ tracagnotto, atteggiamento da signorotto, scuro di carnagione, di buon livello culturale: “Restarono a nostra guardia due Cannonieri e due siciliani, mentre gli altri capeggiati dal Sergente Bosi, giunti nel cortile, scassarono la porta del magazzino e presero le vele della loro barca e tutte le Gallette ivi depositate. Scavalcando le mura del Castello si avviarono verso la Elecina”.

Quindi questi 18 siciliani prigionieri, non erano altro che i componenti dell’equipaggio di una barca sequestrata dalla Regia Marina Francese e custodita nell’attuale Licina (Elecina). La storia è sempre più intrigante!!!

“ In tale situazione” continua il Sergente dei Legionari Biagio Mangone “siamo stati per un ora, un ora e mezza. Tra tale spazio i due Cannonieri e i due siciliani ci persuadevano ad emigrare con loro, ma noi l’abbiamo risposto che piuttosto voleremo perdere la vita che commettere un fatto simile. Ogni tanto si affiacciavano guardando verso la Elicina e, ad un segnale convenuto, anche loro hanno saltato le mura del Castello e sono fuggiti. Lasciati senza la vigilanza, di corsa, con le mani ligate, mi sono avviato verso l’abitato di questo Comune per darne avviso: come di fatto il Deputato di Salute sig. Francesco Mangoni più prossimo di abitazione al Castello. E’ stato chiamato il Sindaco sig. Gennaro Corasio e conseguentemente tutte le altre Autorità. Ma di già li prigionieri, Cannonieri ed il loro Sergente eransi imbarcati e posti in mare senza che si avesse potuto impedirli”.

A questo punto il Commissario di Polizia Francesco Mangoni chiede al Sergente Mangone, se ha capito in che modo i disertori sono penetrati nel Castello.“Secondo me “ risponde il Mangone ”si sono introdotti, uno o due di essi Cannonieri, mezz’ora prima della chiusura della Porta e si sono nascosti dentro li bassi terranei del detto Castello. Da quì si è potuto aprire la Porta e fare intromettere l’altri armati. Questa è la verità”.

Dopo aver fatto firmare le testimonianze, il Commissario rinvia l’indagine al primo pomeriggio, al fine di poter ascoltare i militari di guardia nel porticciolo della Licina.

Ne approfitto per visitare il Castello, che purtroppo non vive il suo momento migliore. Quando nel 1806 fu occupato di forza dalle truppe napoleoniche, il Castello ed il Palazzo Baronale erano in buono stato.
Il tempo di gustare un’arancia offertami da un Legionario, che il Commissario Mangoni riapre gli interrogatori sulla fuga dei 18 marinai siciliani e sulla diserzione di un gruppo di Cannonieri dalla fortezza agropolese.
“Innanzi ai noi incaricato di Polizia si sono fatti venire i Legionari Domenico Conte di anni 21 e Francesco Rizzo di Torchiara. I Guardia Coste Carmine Lambiase di anni 32, Francesco Pepoli di anni 30 e Giosuè La Magna di anni 34″.

Il primo ad essere interrogato è il Legionario Domenico Conte, anche lui molto giovane, un viso da sbarbatello, biondino, molto magro:

“Nella scorsa notte rattrovandoci tutti noi di Guardia nel Posto dell’Elecina in custodia della Scorridoia Siciliana, e del magazzino chiuso, ove stavano riposti l’ordegni ed altri attrezzi della stessa. A circa le ore cinque, stando di sentinella ho sentito dei passi provenire da dietro il magazzino, ho detto: < Chi vive >. Mi è stato risposto: < Cannonieri >. Ciò non ostante ho dato la voce al Capo Posto, Guardia Costa Lambiase, dicendo: < Gente a noi >. Improvvisamente siamo stati assaliti con fucili alla mano impugnati, dicendoci: < Non vi muovete >. Dopo averci disarmati, ci hanno rinchiusi tutti, in detto Posto di Guardia”.

Il commissario Mangoni chiama a deporre il Guardia Coste Carmine Lambiase. Un bel giovane, occhi castani, corporatura d’atleta, capelli nerissimi e ricci:
“Quando ci hanno legato le mani e rinchiusi nel Posto di Guardia, ho riconosciuto il Sergente dei Cannonieri Bosi, sua moglie, armata di sciabola, e li prigionieri Siciliani. Li quali frettolosamente hanno buttato la barca a mare ed altri hanno scassato il Magazzino. Hanno cominciato a trasportare il cannone, li fucili, li remi e tutto altro riguardante l’attrezzi da fuoco e della Barca. Dopo che si sono allestiti, si sono imbarcati. Hanno dato un urlo ed indi, dopo pochi momenti, abbiamo inteso calare gente dalla parte del Castello e si sono uniti con essi. Prima di partirsi, la moglie del Sergente Bosi, armata di sciabola, ha detto a me tenendomi per una orecchia:
< Camina, vieni con noi o ti chiavo queste sciabola in corpo >. Io le ho risposto non volere ciò fare ed in quella confusione mi rubò l’orologio. Questa è la verità”.

A questo punto il Commissario Mangoni fa firmare le testimonianze e chiude l’indagine. La stanza si svuota, non mi resta altro che lasciare il Castello e ritornare tra le mie carte.
Dopo l’uccisione di Gioacchino Murat, Re di Napoli (Pizzo Calabro, 13 ottobre 1815), terminò il decennio francese e Ferdinando IV di Borbone, ritornò in possesso del Regno di Napoli. L’8 dicembre 1816 decise di prendere il titolo di Ferdinando I, Re del nuovo Regno delle Due Sicilie.
Il Castello di Agropoli fu rioccupato dalle truppe borboniche e si aprì una diatriba legale tra il Genio Militare, il Comune di Agropoli ed i proprietari, la famiglia Delli Monti-Sanfelice, terminata dopo circa 40 anni.

(Articolo liberamente tratto dalla documentazione inviata dall’incaricato di Polizia di Agropoli -Circondario di Torchiara- all’Intendente della Provincia del Principato di Citra).
Fonti: “Il Castello di Agropoli” Pierfrancesco Del Mercato. Ed.Arte Tipografica Napoli

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