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Sapri: ricorre l’anniversario dello sbarco di Pisacane, non sbiadisce il ricordo dell’impresa eroica

160 anni fa la spedizione dei trecento

Di:
Debora Scotellaro
Di:Debora Scotellaro
Laureanda in Sociologia.
Pubblicato il: 28/06/2017
Aggiornato il: 03/04/2018
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Carlo Pisacane

160 anni fa la spedizione dei trecento

Oggi ricorre l’anniversario dello sbarco di Carlo Pisacane sulla costa di Sapri. A distanza di 160 anni non sbiadisce il ricordo di quell’impresa che nel 1857 rappresentò uno dei primi tentativi di unificazione dell’Italia.

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Pisacane, dopo la liberazione dei detenuti politici dalla prigione borbonica di Ponza, sbarcò a Sapri la sera del 28 giugno. Qui si sarebbero dovuti radunare i rinforzi e quindi partire alla volta di Napoli. era ritenuta un punto strategico ideale per attendere dei rinforzi e marciare su Napoli.

La prima parte del piano non ebbe intoppi.Il 25 giugno 1857 Carlo Pisacane e 24 suoi compagni, tra cui Nicotera e Falcone, imbarcatisi su un piroscafo di linea diretto a Cagliari, costrinsero l’equipaggio a puntare su Ponza ove riuscirono a liberare 323 detenuti, di cui solo una dozzina condannati per motivi politici. Sbarcati la sera del 28 a Sapri, però, invece di avere l’appoggio della popolazione si ritrovarono circondati da contadini armati di falci e zappe. Il bel sogno dell’eroico capitano di costruire, dal Sud, la sua patria Italia, non fu sorretto dalla popolazione del luogo,la quale era stata informata dai soldati borbonici che a sbarcare non sarebbero stati patrioti ma comuni criminali evasi da Ponza.

La fuga fu rocambolesca e Pisacane ed altri uomini si ritrovarono a Padula circondati dai soldati e dai contadini. Pisacane morì in quella battaglia mentre alcuni suoi uomini, scampati alla morte, furono catturati e condannati alla pena capitale. Solo l’intervento del governo inglese, coinvolto dato che 2 dei cospiratori erano di nazionalità britannica, fece tramutare la pena di morte in ergastolo. Alla vicenda è ispirata la famosissima poesia di Luigi Mercantini intitolata La spigolatrice di Sapri.

Me ne andavo al mattino a spigolare,
quando ho visto una barca in mezzo al mare:
era una barca che andava a vapore;
e alzava una bandiera tricolore;
all’isola di Ponza si è fermata,
è stata un poco e poi si è ritornata;
s’è ritornata ed è venuta a terra;
sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra.

Sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra,
ma s’inchinaron per baciar la terra,
ad uno ad uno li guardai nel viso;
tutti aveano una lagrima e un sorriso.
Li disser ladri usciti dalle tane,
ma non portaron via nemmeno un pane;
e li sentii mandare un solo grido:
“Siam venuti a morir pel nostro lido”.

Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro
un giovin camminava innanzi a loro.
Mi feci ardita, e, presol per mano,
gli chiesi: “Dove vai, bel capitano?”
Guardommi, e mi rispose: “O mia sorella,
vado a morir per la mia patria bella”.
Io mi sentii tremare tutto il core,
né potei dirgli: “V’aiuti il Signore!”

Quel giorno mi scordai di spigolare,
e dietro a loro mi misi ad andare:
due volte si scontrâr con li gendarmi,
e l’una e l’altra li spogliâr dell’armi:
ma quando fûr della Certosa ai muri,
s’udirono a suonar trombe e tamburi;
e tra ‘l fumo e gli spari e le scintille
piombaron loro addosso più di mille.

Eran trecento e non voller fuggire;
parean tremila e vollero morire:
ma vollero morir col ferro in mano,
e avanti a loro correa sangue il piano:
fin che pugnar vid’io per lor pregai,
ma a un tratto venni men, né più guardai:
io non vedea più fra mezzo a loro
quegli occhi azzurri e quei capelli d’oro.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti.

La spedizione, nonostante il fallimento, ebbe comunque il merito di riproporre all’opinione pubblica italiana la il problema della liberazione del Mezzogiorno italiano dal governo borbonico.

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