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Liborio Bonifacio, il veterinario che sfidò il cancro: 43 anni fa l’addio all’uomo della speranza

Il 17 marzo 1983 moriva ad Agropoli Liborio Bonifacio. Storia, successi e controversie del veterinario che con il suo siero fece sperare l'Italia intera

Di: Redazione Infocilento
Pubblicato il: 17/03/2026
Aggiornato il: 17/03/2026
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Liborio Bonifacio

Il 17 marzo 1983 si spegneva ad Agropoli Liborio Bonifacio. Noto alle cronache come il “veterinario della speranza”, Bonifacio legò indissolubilmente il suo nome alla ricerca di una cura contro il cancro, scatenando un fenomeno mediatico e sociale senza precedenti che portò migliaia di persone a riversarsi nella cittadina cilentana in cerca di un miracolo.

L’intuizione di un veterinario di provincia

Tutto ebbe inizio dall’osservazione quotidiana del suo lavoro. Liborio Bonifacio, originario di Agrigento ma trapiantato ad Agropoli, si convinse che le capre possedessero un’immunità naturale nei confronti dei tumori. Da questa deduzione, egli elaborò un preparato ottenuto dagli escrementi e dalle urine dei caprini, battezzato con il nome di “Oncoclasina”.

Secondo le sue teorie, quel siero avrebbe potuto distruggere le cellule neoplastiche senza danneggiare quelle sane. Una tesi che, seppur priva di validazione scientifica ufficiale, accese una scintilla di speranza in un’epoca in cui la medicina oncologica muoveva ancora passi incerti.

Il caso nazionale e l’assedio di Agropoli

Il “caso Bonifacio” esplose definitivamente tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta. Agropoli divenne meta di un incessante pellegrinaggio: malati terminali e famiglie disperate giungevano da ogni parte d’Italia, affollando la sua abitazione in via Atri.

Bonifacio non si tirò mai indietro, distribuendo il siero spesso gratuitamente o chiedendo contributi minimi per le spese di produzione. Questo suo atteggiamento, percepito come un atto di pura filantropia, consolidò la sua immagine di uomo dedito al prossimo, contrapposto a una “scienza ufficiale” vista dai suoi sostenitori come scettica e burocratica.

La battaglia per la sperimentazione

Il clamore fu tale da costringere le istituzioni a intervenire. Nel 1970, sotto la spinta dell’opinione pubblica, il Ministero della Sanità autorizzò una sperimentazione ufficiale. Tuttavia, gli esiti non diedero i frutti sperati dalla folla dei fedelissimi. Bonifacio, dal canto suo, non smise mai di difendere il proprio operato, rivendicando con orgoglio le sue scoperte.

In una delle sue dichiarazioni più celebri, riportata nelle cronache dell’epoca, affermava con fermezza:

“La decisione non poteva essere rimandata, sono stanco vecchio e ammalato. La distribuzione del siero Bonifacio è diventata un fatto sociale. Non più un problema mio.”

Queste parole sottolineavano come la sua vicenda avesse ormai travalicato i confini della medicina per diventare un fenomeno di costume e di speranza collettiva.

Un’eredità tra scienza e fede popolare

A quarantun anni dalla sua morte, la figura di Liborio Bonifacio continua a dividere. Se la comunità scientifica ha archiviato il suo siero come privo di efficacia clinica, la memoria popolare ad Agropoli resta viva e carica di affetto. Per molti, rimane l’uomo che, con i mezzi limitati di un veterinario di provincia, sfidò i giganti della medicina per offrire un’ultima possibilità a chi non ne aveva più.

La sua storia rimane un capitolo indelebile della cronaca italiana, un intreccio profondo tra umanità, dolore e ricerca scientifica che continua a far riflettere sulla fragilità umana di fronte alla malattia.

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