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Attualità

Allarme desertificazione alimentare: 4,5 milioni di italiani senza negozi di prossimità

Soprattutto nei piccoli centri diminuiscono i negozi di vicinato. Tante località sono rimaste senza attività

Di:
Erika Di Lucia
Pubblicato il: 18/12/2025 9:30
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Valle dell'Angelo
4 min di lettura·Aggiornato il 18 Dicembre 2025, 21:51

Un fenomeno preoccupante sta investendo l’Italia, ridisegnando la geografia dei servizi essenziali e la qualità della vita di milioni di cittadini. Circa 4,5 milioni di italiani risiedono oggi in comuni dove è venuto a mancare almeno uno dei negozi alimentari di base. Questa avanzata della desertificazione commerciale colpisce duramente le aree interne, i borghi e i piccoli centri, privando le comunità di punti di riferimento vitali per l’approvvigionamento quotidiano.

In questo articolo
  1. Il crollo della distribuzione tradizionale
  2. Effetto inflazione e calo dei consumi
  3. Strategie per il rilancio dei territori

Il quadro emerge con chiarezza dallo studio nazionale “Alimentare il territorio”, realizzato da Fiesa Confesercenti. L’analisi evidenzia una mappa del Paese sempre più povera di servizi: sono 598 i comuni privi di un panificio, 650 quelli senza una macelleria, 576 i territori dove non è presente un negozio di frutta e verdura e 232 quelli sprovvisti di punti vendita per latte e derivati.

Il crollo della distribuzione tradizionale

I dati raccolti mostrano una contrazione significativa che interessa entrambe le componenti della distribuzione alimentare di vicinato. Nel periodo compreso tra il 2019 e il 2024, la distribuzione tradizionale — che include panifici, ortofrutta, macellerie, pescherie e negozi specializzati — ha visto il numero delle attività scendere da 123.095 a 115.968. Si tratta di una perdita secca di 7.127 negozi e di circa 12.000 addetti.

Il calo non è omogeneo, ma risulta particolarmente marcato nei comuni con meno di 5.000 abitanti, dove si registra una flessione del 7,8%, e nelle grandi città, che segnano un –7,1%. Tuttavia, in questo scenario di difficoltà, emerge una maggiore capacità di resistenza da parte dei minimarket e dei supermercati indipendenti. Sebbene anche questi punti vendita subiscano una diminuzione numerica e un calo delle superfici del 13,9%, l’occupazione nel settore tiene meglio, con una riduzione del personale limitata al 5%.

Effetto inflazione e calo dei consumi

A gravare sulla situazione interviene anche la dinamica dei prezzi. Nonostante l’Italia abbia registrato un’inflazione alimentare inferiore alla media europea tra il 2019 e il 2023 (+24,7% rispetto al +32,1% nell’Ue), l’impatto sulle famiglie è stato pesante. L’effetto combinato dei rincari ha generato un paradosso economico per i consumatori: si spende il 14% in più per acquistare il 10% in meno di prodotti in termini di volume.

Strategie per il rilancio dei territori

Per contrastare questo declino, Fiesa Confesercenti ha individuato tre direttrici fondamentali. È prioritario garantire l’accesso alimentare nei territori più fragili, attraverso il potenziamento dei Distretti del Commercio e il riconoscimento dei negozi essenziali come vera e propria infrastruttura territoriale.

Parallelamente, è necessario stabilizzare i margini delle microimprese di prossimità riducendo i costi fissi, in particolare il costo del lavoro, e attivando strumenti compensativi mirati. Infine, l’associazione sottolinea l’importanza di legare il commercio alla coesione territoriale, poiché la presenza di un negozio garantisce la vivibilità stessa di un luogo.

Sulla questione è intervenuto Daniele Erasmi, Presidente nazionale di Fiesa Confesercenti, che ha commentato i risultati dello studio:

“I dati mostrano che non è solo un problema del segmento commerciale, ma di accesso quotidiano ai beni alimentari nei territori. Dove un negozio chiude non arretra il mercato: arretra la vita economica di una comunità. Allo stesso tempo, lo studio evidenzia la tenuta dei minimarket e dei supermercati indipendenti, che pur con meno punti vendita continuano a mantenere lavoro, servizio e presidio: sono imprese che resistono perché hanno radicamento, conoscenza del territorio e domanda fedele”.

Erasmi ha poi concluso indicando la strada per le politiche future:

“È su queste realtà che va costruita la risposta. Servono politiche selettive, non contributi generici: rafforzare i Distretti del Commercio e sostenere chi tiene aperto significa investire in ciò che ancora genera valore e coesione economica. Difendere la prossimità non è una misura di tutela, è una strategia di sviluppo. Non chiediamo assistenza: chiediamo che venga riconosciuto il valore economico e civico di chi resta sui territori e continua a creare occupazione”.

Argomenti
  • commercio
  • confesercenti
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