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Attualità

Giuseppe Liuccio al Parmenide di Vallo della Lucania: dialogo con gli allievi sulle sue liriche

Giuseppe Liuccio al Parmenide di Vallo della Lucania: il poeta dialoga con gli allievi sui temi delle sue liriche, nel quarantennale della morte di Alfonso Gatto.

Carmen Lucia
06/06/2016 5:28 PM
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Giuseppe Liuccio al Parmenide di Vallo della Lucania: il poeta dialoga con gli allievi sui temi delle sue liriche, nel quarantennale della morte di Alfonso Gatto.

Nella storica Aula Magna del Liceo Parmenide, alla presenza degli allievi e del Dirigente dell’Istituto, Prof. Francesco Massanova, il poeta Giuseppe Liuccio è intervenuto in un incontro-dibattito sui temi delle sue opere in versi e dei suoi scritti d’intervento politico. Il poeta, di origini cilentane e insignito di numerosi riconoscimenti alla carriera, ha presentato l’ultima silloge di poesie intitolata “Ienestre, cerasa e vasi. Poesie e canzoni cilentane” (Galzerano Editore, 2016), “un canto d’amore in poesia”, che trasfigura sotto forma di versi, dotati dell’ inconfondibile euritmia del canto, le “sensazioni/emozioni” dettate da “Mnemosine”, la memoria legata alla terra del Cilento e in parte alla costa d’Amalfi (come si legge nel paratesto della nota dell’Autore). La poesia di Liuccio è infatti una “poesia dell’approdo”, del ritorno-nostos alle radici sia dei luoghi della giovinezza, sia della sua lingua madre; una “poesia-sinestesia”, dove suoni, odori e sensi prendono corpo in “allegorie viventi”, come le ginestre, l’erica, il cardo, il mirto, le rose, le ciliegie, i fichi. Il Cilento non è solo però la sua “Itaca” (così la definisce il poeta), che, come Ulisse, fa ritorno alla ricchezza mitica e storica della “chora pestana”, ma è anche la terra che anima una poesia ricca di pàthos e vibrante di tensioni politiche. L’opera di Liuccio, ferito da una scheggia d’amore per la sua terra, non è soltanto “epopea casalinga”, esaltazione del paesaggio marino, campestre, ma è soprattutto “poesia-comportamento”, una poesia gravida di istanze politiche e storiche, connotata da una tensione costante tra registro privato e temi politici. Liuccio è sicuramente il testimone più autentico e fervido del ricchissimo patrimonio storico del nostro Cilento, se solo pensiamo a tutti i riferimenti mitici e storici, dai Greci al Novecento, conservati nella sua opera (basti pensare ai testimoni muti delle sue “Lettere postume”, vere e proprie “dramatis personae”, da Palinuro al canonico De Luca). Quella di Liuccio è dunque un’opera che, sin dalla prima raccolta del 1981 “Chesta è la terra mia” (Galzerano editore), rappresenta un documento unico e una testimonianza impareggiabile del patrimonio del nostro Cilento. Durante il dibattito, Liuccio ha poi ricordato Salvatore Quasimodo, suo maestro e sodale, e Alfonso Gatto, scomparso l’8 marzo del 1976. A quarant’anni dalla morte del grande poeta della terza generazione del nostro Novecento, Giuseppe Liuccio ha ricostruito insieme agli allievi un dialogo immaginario con i due poeti che hanno lasciato nei loro versi testimonianze uniche dei paesaggi del Cilento e della Costa d’Amalfi, evocando immagini di albe e pleniluni, figure lariche e mitiche, immortalate in versi gravidi di pàthos umano e civile. Durante il reading di poesie, gli allievi hanno poi formulato diverse domande anche di carattere politico. Molto interessante il dibattito sul rapporto tra la lingua materna, il dialetto cilentano e l’italiano. Il dialetto si configura nella poesia di Liuccio come un elemento sostratico, di forte pulsione, segno e testimonianza di oralità perdute e soprattutto di suggestive sonorità che il poeta vuole recuperare per restituire naturalezza, epicità e musicalità alla lingua dell’uso, ormai usurata e satura di parole-ameba (come già intuì Calvino, parlando della “peste del linguaggio” e delle derive della lingua standard). Con la nuova raccolta, la poesia di Giuseppe Liuccio si riconferma una poesia di grande intensità lirica e gravida di forti echi letterari (che risalgono soprattutto alla sua formazione classica). Una poesia contaminata dalla “visceralità” del nostro dialetto e, al contempo, della sua estrema cantabilità. Una poesia che indica, con i riferimenti ai “realia” del nostro paesaggio cilentano e allo stesso tempo trasfigura in echi, suggestioni letterarie e mitiche, in un impasto musicale unico. Dell’incontro rimarrà infine il ricordo degli aneddoti giovanili, legati anche alla storia del Liceo classico Parmenide, dove Liuccio sostenne gli esami di Quinta ginnasio e soprattutto la forza e l’intensità dei suoi interventi politici sulla politica del Cilento, con il titanismo, il corrusco, il velleitario e l’incombusto che caratterizzano tanta parte dei suoi scritti saggistici d’intervento politico. Un plauso particolare va infine alla cantante, Antonietta Speranza, che ha accompagnato Liuccio nella sua performance, e ai due musicisti, i Maestri Giacomo e Giovanni Rodio. Promotrice e organizzatrice del dibattito è stata la Prof.ssa MariaRosaria Trama, che da diversi anni è impegnata nella diffusione sul territorio delle opere del poeta, con la Prof.ssa Santa Aiello, coordinatrice delle attività culturali del Parmenide.

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