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Nuovo album per Michele Pecora, con un inno al Cilento

Anticipa il nuovo album che conterrà anche un brano dedicato al Cilento. L'intervista all'artista originario di Agropoli, Michele Pecora

Arturo Calabrese
16 Maggio 2020
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Con il singolo “E la vita torna”, il cantautore di origini cilentane Michele Pecora continua il percorso che porterà all’uscita di un nuovo album di inediti, tra cui uno dedicato al Cilento. L’artista è diventato famoso a livello nazionale sul finire degli anni ’70 vincendo il Festival di Castrocaro nel 1977 con “La mia casa” in cui descrive l’abitazione natia ad Agropoli. Nel ’79 esce un brano simbolo di quell’epoca “Era lei”, successo rinnovato anche l’anno successivo con “Te ne vai”. Scrive, poi, per altri cantanti e collabora con giovani esordienti, assistendoli durante i primi passi della carriera.

All’inizio dello scorso anno, la partecipazione a “Ora o mai più”, programma in onda su RaiUno in cui vecchie glorie della canzone si sfidano in una serie di duelli. Risale a questo periodo il singolo “I poeti” che segna il ritorno alle scene di un indimenticato protagonista degli anni ’70 e ’80.

Nelle sue canzoni, a cominciare dal rosso di un tramonto di “Era lei”, c’è sempre il Cilento. Quanto sono importanti le radici?

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Sono fondamentali nella vita di ognuno di noi. L’insegnamento dei genitori, il dialetto, i profumi, i colori della propria terra, in particolare per chi vive lontano, rappresentano un qualcosa incredibilmente forte e duraturo. Possiamo dimenticare qualsiasi cosa, ma non un profumo che ha fatto parte della nostra infanzia. Il Cilento è dentro di me ed è possibile trovarlo in tutti i miei testi. Il dialetto è parte del bagaglio culturale di ognuno di noi e dobbiamo difenderlo sempre, senza aver vergogna di parlarlo perché è la nostra identità.

È il nome e il cognome, è un nonno o una nonna, è la nostra storia. Nel prossimo album troverà spazio un progetto che avevo in mente da tempo: un brano in cilentano, la lingua che mi hanno insegnato i miei genitori e che parlavano i miei nonni. È una dedica d’amore alla terra che anni fa mi diede i natali e che porto sempre nel cuore. Lo scorso anno ho inaugurato una serie di concerti proprio ad Agropoli, ennesimo omaggio alle mie radici. Non dobbiamo mai dimenticare chi siamo stati perché senza passato non c’è futuro, ma soprattutto perché senza sapere chi siamo non possiamo essere.

Il nuovo singolo arriva in un momento difficile per la nostra società. Un titolo e un testo che sembrano scritti per il periodo che stiamo vivendo…

È una strana coincidenza. “E la vita torna” è stato scritto a settembre del 2019 in un giorno in cui ero particolarmente confuso e giù di morale. Stavo viaggiando in autostrada quando in autogrill, prendendo un caffè, ho ripensato a parole che mi sono sentito ripetere tante volte dai miei: le cose migliori arrivano quando tutto sembra essere finito. Un pensiero, una riflessione istintiva e la canzone era lì, in cerca delle sue note. Questo brano è un messaggio di speranza per ognuno di noi, perché la vita torna per tutti, anche quando ti toglie qualcosa. La vita ci chiede di esercitare la pazienza e segue il suo corso. A noi spetta viverla al meglio, ma non ci è concesso di forzarne i tempi. È l’attesa e la cura della semina, la bellezza e lo stupore di veder crescere e rifiorire. E la vita torna a sorprenderci con la sua quotidianità, fatta di piccole cose di gesti dati per scontati, che ritrovano la loro significativa importanza.

“E la vita torna” sarà la colonna sonora di un’iniziativa legata alle case di riposo, realtà molto colpite dalla recente emergenza sanitaria…

Si tratta di un progetto che sarà dedicato alle case di riposo della Valle del Fiastra di Macerata, grazie all’idea dell’imprenditore e amico Giorgio Longhi, un piccolo grande pensiero d’amore per coloro che con saggezza ci hanno regalato la capacità di guardare al futuro, avendo, anche nelle difficoltà, sempre pronto un sorriso!

Le misura anti-Covid hanno colpito il mondo dello spettacolo, dagli artisti alle maestranze. Qual è il Suo pensiero?

È un settore in grosse difficoltà. Il Governo deve fare qualcosa per aiutare le decine di migliaia di famiglie che ad oggi non hanno un introito a fine mese. Giusto bloccare gli eventi, per carità, ma così facendo si condanna a morte un settore che già di per sé non naviga in acque calme. Lo Stato deve fare lo Stato e stare vicino a tutti gli operatori della cultura.

Quando si potrà tornare a vivere un concerto?

Impossibile dirlo perché non lo decidiamo noi, ma di sicuro ci vorrà molto tempo affinché tutto torni come prima. Un concerto è fatto di tangibilità, di abbracci, di condivisione di spazi, di piazze gremite e di teatri pieni. Oggi tutto ciò è impossibile e temo che lo sarà ancora a lungo. La tecnologia aiuta a tenere un concerto con un pc o uno smartphone, ma non è la stessa cosa perché manca il contatto.

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