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Cilento e Diano, in festa per Sant’Elia profeta. Storia e tradizioni: le “ffocare” e il “cinto”

La Chiesa si appresta a vivere i Solenni festeggiamenti in onore di Sant'Elia profeta. Cilento e Diano in festa

Concepita Sica
20/07/2022 8:00 PM
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20 luglio, festa di Sant’Elia profeta, patrono di Piano Vetrale, di Santa Barbara e di Buonabitacolo. È un culto piuttosto diffuso in diverse regioni del Sud Italia. Viene invocato quale protettore del fuoco e della pioggia.

La storia di Sant’Elia

«E sorse Elia profeta, come un fuoco; la sua parola bruciava come fiaccola» (Sir 48,1). Con queste parole l’autore del libro del Siracide descrive una delle più grandi figure dell’Antico Testamento.
Elia è un profeta di azione (distinto dai profeti scrittori Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele, i cui scritti sono confluiti nella Bibbia) che incarna l’emblema della profezia (il termine “profeta” deriva dal greco “profétes” che vuol dire “colui che parla davanti a o al posto di”: davanti a Dio al posto del popolo, davanti al popolo al posto di Dio).

È il campione del monoteismo. La sua missione è di richiamare il Popolo d’Israele alla fedeltà all’unico vero Dio e di sollecitare gli israeliti ad abbandonare i culti idolatrici.

Del profeta Elia, il cui nome “El-Ja” significa “Dio è Jahvè”, si hanno essenziali notizie biografiche.
Nacque a Thesbe (per cui è chiamato “tisbita”), una località a Est del fiume Giordano, nella regione di Galaad, nel 960 a.C., al tempo del re Acab.

Egli è l’uomo suscitato da Dio per opporsi al dilagare dell’idolatria tra il Popolo d’Israele. È interamente divorato dallo zelo della gloria di Dio, come egli stesso dichiara (cf. 1Re 19,10). Lo zelo indica proprio l’ardore con cui parla ed agisce.
Il re d’Israele, Acab, aveva sposato una donna fenicia bellissima, Gezabele, di cui era perdutamente innamorato, figlia del re di Sidone.

Ella inizialmente aveva portato con sé il culto del dio Baal per devozione personale; poi lentamente fa penetrare nel popolo i riti verso gli dei fenici fino a convincere il marito ad edificare in Samaria un tempio a Baal e a far imporre ai sudditi il nuovo culto. Comincia per Israele un pericoloso cammino sincretististico, tra fede dei padri e culti fenici.
Ed ecco che il profeta Elia irrompe in questo delicato momento storico in cui la fede in Dio rischia di soccombere.

Il profeta annuncia ad Acab tre anni di siccità: «Per la vita del Signore, Dio d’Israele, alla cui presenza io sto, in questi anni non ci sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo comanderò io» (1Re 17,1). È un annuncio che colpisce al cuore l’immagine del dio fenicio Baal riconosciuto come protettore della fertilità della terra e della rigogliosità della vegetazione.

Elia è un uomo di profonda fede ed è in virtù di questa che lancia la grande sfida, sul Monte Carmelo, ai profeti di Baal. Vengono posti due giovenchi su due cataste di legna, senza appiccarvi il fuoco. Elia afferma: «Voi invocherete il nome del vostro dio ed io invocherò il nome del Signore. Il dio che risponderà col fuoco è Dio!» (1Re 18).

I profeti di Baal invocarono il nome del dio dal mattino fino a mezzogiorno «ma non vi fu voce, né chi rispondesse» (1Re 18,26). Verso mezzogiorno Elia comincia a prendersi gioco di loro invitandoli ad alzare il tono della voce perché magari la divinità è occupata, in viaggio o dorme (cf. 1Re 18,27). Passato mezzogiorno, Elia prepara l’altare con dodici pietre, secondo le tribù d’Israele, vi mette la legna e poi il giovenco ed infine ordina di versare per tre volte l’acqua sulla vittima e sull’altare.

Poi rivolgendosi a Dio prega: «Signore, Dio di Abramo, di Isacco e di Israele, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo» (1Re 18,36). Subito dal cielo giunge il fuoco del Signore e consuma l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando tutta l’acqua versata. Alla vista di ciò il popolo cade in ginocchio ed esclama: «Il Signore è Dio! Il Signore è Dio!» (1Re 18,39).

Dopo la prodigiosa prova del Monte Carmelo, Elia è in pericolo, poiché la regina Gezabele lo vuole morto. Così si mette in cammino e giunge fino al monte Oreb (il monte di Dio è chiamato Sinai nella tradizione Jahvista e Sacerdotale, mentre è chiamato Oreb nella tradizione Eloista e Sacerdotale).

Qui avviene l’incontro con il Signore in una maniera non eclatante, non nel vento impetuoso e gagliardo, non nel terremoto, non nel fuoco, ma «nel sussurro di una brezza leggera» (1Re 19,12). Elia, poi, mentre è con Eliseo sulle rive del fiume Giordano, viene rapinato al cielo su un carro di fuoco, trainato da cavalli di fuoco (2Re 2,1) ed Eliseo che raccoglie il suo mantello è investito di spirito profetico.

Sant’Elia a Piano Vetrale. Le “ffocare” e il “cinto”.
“Supplicando a te ricorro,
Sant’Elia come figlio,
dammi dopo questo esilio,
la felice eternità”.

La festa di Sant’Elia del 20 luglio è preceduta dalla novena. La chiesa, in tempi passati, era gremita di fedeli.
Il profumo e la luce dei numerosi ceri accesi inondava gli animi di profonda commozione.

La sera della vigilia è dedicata ai solenni Vespri. Fino a qualche decennio fa l’evento che caratterizzava la sera della vigilia era lo spettacolo delle “ffocare”. Venivano allestiti, lungo il crinale della collina che si trova alle spalle di Piano Vetrale, tanti mucchi di legna, un po’ distanziati tra loro, che, una volta sceso il buio, venivano accesi così da illuminare interamente la collina ed essere visti dai paesi vicini e persino dalla zona costiera.
Questa tradizione è andata scemando anche per evitare il rischio di incendi.
Un’altra importante tradizione, non legata alla festa, bensì a sant’Elia, è quella del “Cinto”.

Il santo viene particolarmente invocato nei periodi di siccità. Quando la mancanza di pioggia si protraeva per diversi mesi, mettendo in seria difficoltà il lavoro dei contadini, veniva realizzato il “cinto” per chiedere a Sant’Elia la fine della siccità e l’invio della pioggia.
Tutti gli abitanti del paese, animati da profonda fede, allestivano in piazza un calderone in cui venivano fatte sciogliere le candele, poi prendevano delle matasse di lino ne immergevano il filo nella cera contenuta nel calderone e lo facevano asciugare tenendo sollevato il filo su delle mazze di canna dislocandosi per le vie del paese. Una volta asciugato il filo si recavano presso la chiesa di sant’Elia e, facendo per tre volte il giro dell’edificio, avvolgevano il filo intorno alle mura e tra canti e preghiere invocavano il santo per la fine della siccità.
Secondo il racconto di alcuni fedeli, appena terminato il rito la pioggia non tardava a scendere copiosa
(per le notizie sulle “ffocare” e il “cinto” vedi Rosa Sica, “Memorie Cilentane”).

Sant’Elia, invocato nelle sventure di terremoti, guerre, epidemie, accolga le preghiere e le suppliche di quanti a lui si rivolgono con fede, ed estenda la sua potente protezione sul mondo intero.
Buona festa a tutti ed auguri di buon onomastico a quanti portano il nome del santo.

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