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Cilento

5 maggio: Sant’Irene, vergine e martire

Una tradizione millenaria fortemente radicata nel Cilento

Concepita Sica
05/05/2021 10:33 AM
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Martire per la fede, nel IV secolo, probabilmente durante la violenta persecuzione di Diocleziano, sant’Irene è largamente venerata nella Chiesa cattolica, nella Chiesa ortodossa e nella Chiesa copta (Chiesa fondata in Egitto nel I secolo in seguito alla predicazione dell’evangelista Marco, separatasi in seguito al Concilio di Calcedonia). Ed è proprio la presenza della devozione verso sant’Irene presso i cristiani copti, che hanno come cristallizzato alcune tradizioni, a testimoniare l’antichità di questo culto.

La storia

Il nome Irene deriva dal greco Eiréne e vuol dire “Pace”. È venerata come Megalomartire, ossia la grande martire, a motivo di alcuni singolari episodi verificatisi durante la sua vita ed in particolare al tempo del suo martirio.

La ricostruzione dei contorni storici della sua biografia è alquanto impegnativa per la presenza, nella storia della Chiesa, di diverse sante martiri cristiane che portano il nome di Irene, i cui elementi biografici nel tempo sono stati mischiati, rendendo difficoltoso l’inquadramento storico di questa santa. È necessario tenere da parte la santa originaria del Portogallo, festeggiata il 20 ottobre, la cui biografia porta al VII secolo e anche la santa venuta a contatto con Timoteo, compagno di san Paolo durante i viaggi missionari, che farebbe collocare i fatti nel I secolo.

Sant’Irene venerata il 5 maggio è originaria di Tessalonica (qualcuno la dice anche originaria di Lecce), figlia di Costanza, sorella di Costantino, e di Licinio, il futuro imperatore e socio di Costantino, insieme con il quale avrebbe poi sottoscritto l’editto di tolleranza religiosa per i cristiani.

Secondo le informazioni riportate da Basilio II Bulgaroctono, nel Menologio del X secolo, la bambina che, alla nascita era stata chiamata Penelope, all’età di sei anni viene rinchiusa dal padre in una torre, sorvegliata da tredici serve, in cui dimoravano anche una zia ed un precettore di nome Ampeliano. La motivazione della prigionia della bambina, dotata di una indicibile bellezza, pare fosse da attribuire al desiderio di Licinio di sottrarre la figlia alle bramosie dei principi non degni di lei e di attendere l’arrivo del pretendente adatto al suo rango e alla sua bellezza.

Sei anni dopo la fanciulla assiste, dalla finestra della torre ad un evento miracoloso: entrano in successione una colomba, che depone un ramo di ulivo, un’aquila che reca una corona ed un corvo che lascia cadere delle vipere. Il precettore Ampeliano, che è cristiano, interpreta quel prodigio come un annuncio delle vicende che riguarderanno la ragazza.

Giunto il tempo del matrimonio i genitori si presentano da lei per esporle le loro decisioni ma ella chiede del tempo per poter riflettere. La ragazza chiede consiglio agli idoli, che rimangono muti, poi si rivolge al Dio di cui le aveva parlato Ampeliano e subito dal cielo giunge un angelo che la converte e le dà il nome di Irene. Al ritorno del padre, ella annuncia di aver abbracciato la fede cristiana ed espone il proposito di vivere in castità. Licinio, preso dal furore, emette una condanna di morte per la figlia, condannata ad essere calpestata dai cavalli. Invece i cavalli davanti alla ragazza si arrestano e, anzi, uno di quelli si rivolge verso Licinio e lo uccide con un morso alla mano. Mossa dalle preghiere dei presenti, Irene prega Dio ed ottiene la risurrezione del padre che si converte alla religione cristiana e conduce una vita di preghiera. A questo fatto si deve la conversione di massa di migliaia di pagani.

Il martirio della santa avviene per opera del governatore Ampelio, il quale, dopo aver indotto la ragazza ad abiurare ed avere ottenuto un saldo rifiuto, la sottopone a molteplici supplizi, dalla quale ella miracolosamente scampa (viene gettata in una cisterna colma di vipere e di altre bestie velenose e viene salvata da un angelo; è condannata una volta ad essere fatta a pezzi, poi ad essere annegata, ma ogni volta viene salvata dall’angelo). Infine viene condannata alla decapitazione il 5 maggio.

Il culto

 Il culto di sant’Irene è diffuso soprattutto nell’Italia meridionale.

È molto fiorente nella città di Lecce, chiamata anche col nome di Erina, dove si trova una sontuosa chiesa a lei dedicata, ed è un culto anche molto antico, introdotto nella città dal vescovo Formoso nel XII secolo. Il legame della città con la santa si evince anche dalla presenza nello stemma cittadino della torre nella quale era stata rinchiusa la santa.

Anche a Napoli il culto di sant’Irene è diffuso. Verso la seconda metà del ‘700 la santa viene proclamata compatrona di Napoli.

Ed è sicuramente il legame con la capitale del Regno partenopeo all’origine del culto di sant’Irene in numerose parrocchie della provincia di Salerno ed in particolare della Diocesi di Vallo della Lucania.

Sant’Irene è raffigurata nelle immagini con la palma del martirio in una mano e dei fulmini nell’altra, che ricordano episodi legati alla sua esecuzione (la violenta grandinata che impedì la messa in atto della sua morte oppure il fulmine che avrebbe colpito il padre per fermare la sua ira e dalla cui morte sant’Irene ricevette da Dio la grazia di vederlo risuscitare).

Alcune parrocchie cilentane, di cui sant’Irene è protettrice, sono collocate in luoghi elevati. Sicuramente il bisogno di avere una maggiore protezione dai fulmini è all’origine del patrocinio della santa su questi paesi.

“Ci aiutino le tue preghiere

affinchè da saette e fulmini

e da ogni altro pericolo

viviamo sempre liberi”.

Con queste supplici parole i fedeli da secoli invocano il patrocinio della Santa.

In un mondo diviso e frammentato, in cui gli uomini percepiscono sempre più la precarietà di certi equilibri, possa l’intercessione di sant’Irene guidare al conseguimento di quel bene tanto prezioso di cui la santa porta il nome, ossia la Pace: pace nelle famiglie, pace nelle comunità, pace nella Chiesa, pace tra le nazioni, pace nel mondo intero.

“I miei passi o Sant’Irene

tu dirigi e l’opre mie

fa che siano sempre piene

di virtù e di carità”.

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