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“Fate presto”: il grido di dolore dell’Irpinia immortalato nell’arte

Nello Amato
23/11/2020 8:00 PM
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“Fate presto”: così il quotidiano “Il Mattino” esprimeva in prima pagina il grido di aiuto della popolazione dell’Irpinia il 26 novembre del 1980, tre giorni dopo la tragedia. Sono trascorsi ben quattro decenni da quel fatidico 23 novembre, rimasto impresso nella memoria di migliaia di persone nella nostra Regione e in Basilicata.
Alle 19:34 la terra tremò causando quasi tremila morti, 8mila feriti e 300mila senzatetto. Interi paesi furono martoriati da una duplice tragedia: da un lato il terremoto di magnitudo 6.9, dall’altro il ritardo dei soccorsi, per il quale l’allora presidente Pertini affermò la celeberrima frase: “Il modo migliore di ricordare i morti è pensare ai vivi”. Ad essi si aggiungerà, in seguito, anche un’altra tragedia, consumatasi postuma, ossia la lentezza della ricostruzione.
In quei giorni drammatici, Andy Warhol (1928-1987), famoso artista esponente della Pop Art americana, rimase profondamente turbato dalla tragedia.
Nel 1981 realizzò un trittico, raffigurante la prima pagina de “Il Mattino” del 26 novembre 1980 in tre versioni: la prima, come si evince dall’immagine, è una versione ingigantita dell’originale con le macerie di Sant’Angelo dei Lombardi; la seconda è composta dalla stessa immagine su fondo bianco e la terza su fondo nero.

L’idea nacque dall’incontro con l’amico Lucio Amelio, gallerista napoletano, nello stesso anno, 1981, quando quest’ultimo si recò presso la Factory newyorkese dell’artista, con la prima pagina del giornale che evocava la tragedia.
Warhol fu colpito dal titolo “Fate presto”, in quanto, secondo l’artista, «un fatto, anche se scioccante non diventa notizia finché non è tradotto in un titolo».
L’opera fu pertanto intitolata con la stessa espressione giornalistica: “FATE PRESTO”. Successivamente l’enorme trittico, fu esposto in occasione della mostra organizzata dallo stesso Amelio, “TerraeMotus”.
Secondo il gallerista, infatti, la collezione doveva provocare un continuo “terremoto dell’anima”, ovvero un ricordo immortale, ma anche un sollecito alla ricostruzione, costernata dalla lentezza, un aspetto che amplifica ancora di più quel “Fate presto” che è giunto sino a noi ed è perfettamente udibile anche oggi.
Amelio coinvolse i maggiori artisti contemporanei di tutto il mondo. All’appello risposero in 65, tra cui Michelangelo Pistoletto, Emilio Vedova, Andy Warhol.

(Nell’immagine Lucio Amelio dinanzi all’opera imponente di Warhol)

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La prima esposizione di “Terrae Motus” si svolse a Boston nel 1983, seguita da Villa Campolieto a Ercolano, per arrivare nel 1987 al Grand Palais di Parigi e, infine, alla Reggia di Caserta.
Le tre tele di Warhol sono alte 2,70 m e larghe 2 m. Esse sono state realizzate attraverso la tecnica della serigrafia, con cui sono realizzate altre opere, come i famosi ritratti di Marylin Monroe.

I colori del nero e del bianco amplificano il senso drammatico che Warhol ha voluto imprimere sulla sua opera, la quale ha reso immortale non solo il dolore, ma anche e soprattutto l’urgenza della solidarietà.
Di fronte al dolore siamo tutti inermi e uguali, così come dinanzi alla solidarietà non dovrebbero sussistere barriere. Così proprio la solidarietà diventa espressione della democrazia sociale, tanto cara a Warhol.
E, infatti, nell’immediato dopo terremoto, di fronte alle immagini di disperazione, di precarietà e di bisogno che le televisioni diffusero in tutto il mondo, si avviò finalmente la macchina dei soccorsi, guidata da Giuseppe Zamberletti, nominato Commissario straordinario del Governo.
In quella drammatica emergenza, anche la classe politica seppe ritrovarsi compatta e in tempi rapidi fu approvata la legge 219 (maggio 1981) per la ricostruzione delle case nei complessivi 506 comuni danneggiati delle province di Avellino, Benevento, Caserta, Matera, Foggia, Napoli, Potenza e Salerno, ma anche per lo sviluppo industriale di quelle aree.
Infine, oltre a Warhol si ricorda anche un’altra opera significativa inerente al tema del terremoto in Irpinia: “L’altra figura” di Paolini.

Si tratta di due calchi in gesso del cosiddetto Eros di Centocelle di Prassitele collocati su due basi leggermente sfalsate una rispetto all’altra, come se guardassero i cocci del terzo esemplare deflagrato a terra, come se riflettendo tra sé e sé, sollevassero il dubbio se quei frammenti siano parti di se stessi o piuttosto parti di un’eventuale ‘altra figura’, peraltro identica a loro.
Tanto Warhol quanto Paolini vogliono affermare attraverso forme e stili diversi lo stesso concetto: il terremoto dell’Irpinia è un riflesso dell’Io del mondo, che rischia ogni giorno la distruzione e solo l’unione fra gli uomini può determinare la sua sopravvivenza.

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