Nella serata dell’11 febbraio, la Corte d’Appello di Perugia ha emesso la sentenza del processo d’appello bis riguardante la tragedia dell’hotel Rigopiano. Il disastro, avvenuto il 18 gennaio 2017 sul Gran Sasso, causò la morte di 29 persone tra ospiti e personale della struttura.
Le condanne e le assoluzioni della Corte
La Corte ha condannato per disastro colposo tre ex dirigenti della Regione Abruzzo: Carlo Visca, Pierluigi Caputi e Vincenzo Antenucci sono stati condannati alla pena di due anni di reclusione. Il collegio ha invece assolto l’ex sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, l’ex tecnico comunale Enrico Colangeli e i dirigenti regionali Carlo Giovani, Sabatino Belmaggio ed Emidio Primavera.
Per quanto riguarda la posizione degli ex dirigenti della Provincia di Pescara, Mauro Di Blasio e Paolo D’Incecco, i giudici hanno dichiarato la prescrizione. La sentenza ha parzialmente riformulato le richieste del procuratore generale Paolo Barlucchi, il quale aveva auspicato la conferma delle condanne per nove dei dieci imputati coinvolti in questo troncone processuale.
Le responsabilità legate alla carta pericolo valanghe
Al centro del dibattimento sono state poste le presunte omissioni relative alla mancata realizzazione della Carta pericolo valanghe, un documento tecnico ritenuto fondamentale per la prevenzione di simili eventi. L’assenza di tale mappatura e i ritardi amministrativi sono stati identificati come elementi chiave nella catena di responsabilità che ha portato alla travolgente valanga del 2017.
Le accuse contestate riguardavano a vario titolo il disastro colposo, con un’attenzione particolare alla gestione della sicurezza del resort in condizioni meteorologiche estreme. Nonostante le richieste dell’accusa fossero più elevate, la Corte ha limitato le responsabilità penali ai tre funzionari regionali citati.
Il dolore e le reazioni dei familiari delle vittime
La lettura del dispositivo è stata accolta con sentimenti contrastanti dai familiari delle vittime, presenti a Perugia. Mariangela Di Giorgio, madre della cuoca Ilaria Di Biase, ha sottolineato le mancanze che hanno preceduto il disastro: “Non si poteva prevedere il terremoto, non si poteva prevedere tanta neve, ma si poteva evitare che l’albergo sorgesse in un luogo non adatto, sotto un canalone; si poteva aggiornare la carta valanghe; si poteva evitare di avere turbine rotte; si poteva evitare di tenere aperto il resort con quelle condizioni”.
Estremamente duro il commento affidato ai social dalla famiglia di Stefano Feniello, una delle ventinove vittime. I familiari hanno espresso profonda amarezza per l’iter giudiziario: “Nove anni di processi, di sentenze ribaltate, di decisioni cambiate, di responsabilità prima riconosciute e poi rimesse in discussione. In questi anni abbiamo visto alternarsi giudici, collegi, valutazioni diverse sulla stessa identica tragedia. Ogni volta una verità nuova. Ogni volta un punto fermo che non era più fermo”.
Verso il giudizio della Cassazione
Mentre i legali, tra cui l’avvocato Camillo Graziano, attendono di leggere le motivazioni tecniche della sentenza per comprendere le ragioni delle diverse valutazioni rispetto ai gradi precedenti, il caso si avvia verso l’ultimo passaggio in Cassazione. Per le famiglie, resta il peso di una attesa infinita: “Davanti a pene così minime possiamo solo augurarci che almeno queste reggano in Cassazione, perché non sappiamo quanto ancora si possa sopportare questo logoramento infinito”.
