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Inchiesta Capaccio Paestum: Alfieri a processo per scambio elettorale politico-mafioso

Il Gup di Salerno dispone il rinvio a giudizio per l'ex sindaco Franco Alfieri e altri cinque imputati nell'inchiesta sul presunto patto mafioso a Capaccio Paestum. Prima udienza fissata al 6 maggio 2026

Di: Ernesto Rocco
Pubblicato il: 19/03/2026
Aggiornato il: 20/03/2026
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Il Gup del Tribunale di Salerno, Brigida Cavasino, ha disposto il rinvio a giudizio per tutti gli imputati coinvolti nell’inchiesta sul presunto scambio elettorale politico-mafioso a Capaccio Paestum. Al centro del procedimento, che riguarda le elezioni amministrative del 2019, figurano nomi di spicco della politica e della cronaca locale, tra cui l’ex sindaco Franco Alfieri (ancora ai domiciliari).

L’udienza preliminare, iniziata poco dopo le 12:30 e conclusasi soltanto nel pomeriggio, ha accolto l’impianto accusatorio sostenuto dai pubblici ministeri Elena Guarino e Carlo Rinaldi. Il processo dibattimentale avrà inizio il prossimo 6 maggio 2026 dinanzi ai giudici della terza sezione penale del Tribunale salernitano.

Le condanne con rito abbreviato e il collegio difensivo

Mentre per il filone principale si apriranno le porte del dibattimento, per due imputati che hanno scelto il rito abbreviato sono già giunte le sentenze di condanna. Il tribunale ha inflitto 2 anni e 2 mesi di reclusione a Vincenzo De Cesare e 4 anni ad Antonio Cosentino.

Scambio elettorale e accuse di metodo mafioso

Le accuse formulate dalla Procura sono pesanti e delineano un presunto accordo tra politica e criminalità. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Franco Alfieri, Roberto Squecco e Stefania Nobili dovranno rispondere di scambio elettorale politico-mafioso. L’ipotesi è che l’allora sindaco abbia accettato il sostegno elettorale di Squecco in cambio della promessa di non abbattere il lido Kennedy. Il patto sarebbe stato suggellato dalla candidatura della Nobili, all’epoca consorte dell’imprenditore, in una delle liste civiche a sostegno di Alfieri.

Squecco, in concorso con il vigile urbano Antonio Bernardi e l’addetto al cimitero Michele Pecora, è inoltre accusato di tentata estorsione e rapina, reati aggravati dal metodo mafioso e dall’abuso di potere. Le indagini hanno evidenziato presunte minacce ritorsive, veicolate anche attraverso terzi, finalizzate a impedire la demolizione dello stabilimento balneare.

Armi da guerra e il piano per un attentato dinamitardo

Il quadro emerso dalle investigazioni si estende fino a includere gravi episodi di violenza e il possesso di un vero e proprio arsenale da guerra. A Domenico De Cesare viene contestato il tentato omicidio ai danni di Michele Squillante e Angelo Genovese, quest’ultimo esponente di rilievo del clan attivo a Baronissi. Durante le perquisizioni, le forze dell’ordine hanno rinvenuto mitragliatori Kalashnikov, mitragliette Uzi, pistole di vario calibro (tra cui Smith&Wesson 38 e 357), armi storiche e persino una pistola a penna.

Un dettaglio inquietante riguarda la posizione di Franco Alfieri, che in questo procedimento figura nel duplice ruolo di imputato e parte offesa. Gli atti d’indagine rivelano infatti che Squecco avrebbe commissionato al gruppo di Baronissi un attentato dinamitardo proprio contro Alfieri. Il piano sarebbe tuttavia sfumato unicamente a causa del mancato accordo economico tra il mandante e gli esecutori sul compenso per l’operazione.

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