La Cattedrale di Salerno ha ospitato un momento di profonda intensità spirituale per la chiusura dell’Anno Giubilare dedicato alla speranza. S.E. Monsignor Andrea Bellandi, Arcivescovo di Salerno-Campagna-Acerno, ha presieduto la solenne Eucaristia nella Domenica della Santa Famiglia, offrendo alla comunità una riflessione che trasforma la fine di un evento celebrativo nell’inizio di un impegno quotidiano.
La famiglia come icona di una speranza concreta
L’Arcivescovo ha aperto la sua omelia scardinando l’immagine edulcorata della Santa Famiglia di Nazaret. Non una “immaginetta” astratta, ma una realtà fatta di obbedienza, precarietà e fuga. È in questo contesto di difficoltà che si radica la speranza cristiana, definita da Monsignor Bellandi non come un vago ottimismo, ma come un’ancora.
“La speranza cristiana”, ha dichiarato l’Arcivescovo richiamando il magistero pontificio, “non è evasione dalla storia, ma forza per abitarla. Essa non elimina le difficoltà, ma le attraversa; non cancella le fragilità, ma le redime”. Bellandi ha poi sottolineato il ruolo cruciale delle mura domestiche: “La famiglia è il primo luogo in cui la speranza viene generata e custodita; è nella famiglia che si impara la pazienza del tempo, il perdono che ricostruisce, la fiducia che apre al futuro”.
Il bilancio di un cammino di popolo
Ripercorrendo i mesi trascorsi, Monsignor Bellandi ha descritto il Giubileo non come un semplice calendario di eventi, ma come un itinerario di conversione. Oltre ai pellegrinaggi tradizionali, l’Arcidiocesi ha scelto di abitare i luoghi della fragilità: ospedali, carceri, mense e dormitori.
Ricordando l’impatto di questa esperienza, il presule ha affermato: “Abbiamo voluto che ai luoghi giubilari tradizionali si aggiungessero altri luoghi significativi, quelli in cui toccare le piaghe di Cristo nella carne dei fratelli e delle sorelle maggiormente provati. In questi luoghi la speranza si è fatta pane spezzato e accoglienza”. Un pensiero speciale è andato al pellegrinaggio diocesano a Roma: “In più di cinquemila ci siamo messi in cammino verso il cuore della Chiesa universale portando con noi le attese, le fatiche, le speranze nostre e delle nostre comunità”.
Dalla celebrazione alla responsabilità quotidiana
Il messaggio centrale dell’omelia è rivolto al futuro: la fine del Giubileo non coincide con la fine del percorso spirituale. “Concluidere il Giubileo significa ora assumere una responsabilità”, ha ammonito Bellandi. “La speranza ricevuta non può essere trattenuta, ma trasformata in stile di vita. Il Giubileo termina, ma la conversione continua. La porta si chiude, ma resta aperta la strada del Vangelo”.
Monsignor Bellandi ha tracciato le linee guida per la fase che si apre ora per la diocesi:
- Continuare uno stile di accoglienza e prossimità.
- Custodire con particolare cura la pastorale familiare.
- Educare i giovani a una speranza fondata, capace di futuro.
Un appello contro il grigiore dell’individualismo
In una società spesso ripiegata sul presente e ferita da guerre e ingiustizie, l’Arcivescovo ha esortato i fedeli a diventare “cantori di speranza”. Con un appello vibrante, ha ricordato la necessità di questo dono in ogni strato della società: “Ne ha bisogno la nostra epoca, che a volte si trascina stancamente nel grigiore dell’individualismo e del ‘tirare a campare’; ne ha bisogno il creato, gravemente ferito dagli egoismi umani; ne hanno bisogno i popoli dove le guerre seminano morte”.
L’invito finale è un mandato per ogni credente: “Eleviamo il cuore a Cristo, per diventare cantori di speranza in una civiltà segnata da troppe disperazioni. Il Signore risorto ci doni la grazia di riscoprire la speranza, di annunciare la speranza, di costruire la speranza”.

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