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Vicente Gerbasi: la memoria di Vibonati nel Venezuela

A cura di Cinzia Sapienza
Pubblicato il 29 Aprile 2015
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Vicente Gerbasi, ambasciatore italiano in Venezuela, nasce nel 1913 a Canoabo, un piccolo villaggio dello stato di Carobobo, nella zona centrale del Venezuela. Figlio di un emigrante vibonatese partito per l’America alla ricerca di fortuna, da sempre ha portato con sé il caro ricordo di Vibonati, il paese nostalgicamente “raccontato” dal padre. Non solo Vibonati, ma anche Firenze, dove andò a studiare nel 1925, e la Toscana in genere, sono luoghi piacevolmente ricordati da Vicente Gerbasi nelle sue raccolte poetiche, pur dovendo ammettere che, il suggestivo borgo di origine ha in esse un ruolo senza dubbio più preponderante, ed è raffigurato come un vero paradiso incantato. Nella Caracas appena risorta dalla caduta della dittatura di Juan Vicente Gòmez, nasce un gruppo poetico avanguardistico tra i cui ferventi sostenitori vi è proprio il Gerbasi. Il “Gruppo Viernes” è composto perlopiù da giovani ed esprime sentimenti di rinascita e fiducia nel futuro; dà luogo, inoltre, ad una rivista denominata “Viernes”. Il poeta di origini vibonatesi ha dedicato un vero e proprio poema al paese paterno, dal titolo emblematico “Mi padre el immigrante”. Suo primo libro di poesie, “Vigilia del naufragio” del 1937. Successivamente la raccolta “Bosque dolente” del 1940, e “Liras” del 1943. Ma il lungo poema “Mi padre el immigrante” del 1945 è quello da cui si può estrapolare forse la più struggente poesia, dai toni peraltro “fantastici”, in onore di Vibonati: “Mio padre l’immigrante”.

“Mio padre l’immigrante”

Il tuo villaggio sulla collina rotonda sotto l’aria del grano;
di fronte al mare con pescatori nell’aurora,
innalzava torri e ulivi argentati.
Scendevano per il prato i mandorli della primavera,
il contadino come un giovane profeta,
e la pastorella col viso incorniciato da un fazzoletto.
E saliva la donna dal mare con una fresca cesta di sardine.
Era una miseria allegra sotto l’azzurro eterno,
con i piccoli venditori di ciliegie nelle piazzette,
con le fanciulle attorno alle fontane
rumorosamente agitate dalla brezza dei castagni,
nella penombra con scintille del fabbro,
tra le canzoni del falegname,
tra i forti scarponi chiodati
e nelle stradicciole dai ciottoli consunti,
dove passeggiano anime del purgatorio.
Il tuo villaggio andava solitario sotto la luce del giorno,
con antichi noci dall’ombra taciturna,
accanto al ciliegio, al fico e all’olmo.
Nei suoi muretti di pietra le ore trattenevano
i loro segreti riflessivi vespertini,
e all’anima s’accostavano i flauti del ponente.
Tra il sole e i suoi tetti volavano i colombi.
Tra l’essere e l’autunno passava la tristezza.
Il tuo villaggio era solo come alla luce d’una favola,
con ponti, zingari e fuochi nella notte di silenziosa neve.
Dall’azzurro sereno chiamavano le stelle,
e al fuoco familiare, circondato di leggende,
giungevano le feste di Natale,
con pane e miele e vino,
con forti montanari, caprai e lagnaioli.
Il tuo villaggio s’accostava ai cori del cielo,
e le sue campane andavano verso le solitudini,
dove gemono i pini nel vento del gelo.

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