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Vallo della Lucania: 59enne morta in ospedale, assolta equipe del San Luca

Assolti i medici d reparto di rianimazione dell’ospedale di Vallo della Lucania

Redazione Infocilento
17/06/2025 8:00 AM
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Dopo un lungo iter processuale inziato circa 15 anni fa si è statuito in sede giudiziale, che tutta la equipe medica del reparto di rianimazione del nosocomio di Vallo della Lucania non è colpevole del reato di omicidio colposo per il decesso di una degente M. G. di 59 anni, assistita a seguito di incidente stradale e sopravvenuto dopo alcuni giorni di ricovero. L’importante decisione è stata emanata dalla Prima sezione penale della Corte di Appello di Napoli, presieduta dal giudice Carbone, dopo una lunga “battaglia” processuale che ha visto in successione ben quattro sentenze e con il rinnovo della fase di merito disposto dalla Cassazione.

Si è sentenziato, infine, che nell’attività dei medici Bosco Michele, Giuliani Teresa, Sparano Francesco, Casoria Marina, Cerulli Antonietta, Pacente Gaetano, De Vita Aquilino non vi sono risvolti colposi e quindi esenti da ogni responsabilità penale con inefficacia di statuizioni civili che pure ab initio erano stati statuiti in primo e secondo grado.

La decisione dei giudici

I giudici della suprema corte di Cassazione hanno annullato con rinvio sentenza della Corte di Appello di Salerno che, confermando giudizio di primo grado svoltosi innanzi il Tribunale di Vallo della Lucania, aveva ritenuto responsabili i vari medici del reparto di rianimazione vallese della morte della signora M.G.

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Sempre nel corso delle variegate fasi del giudizio si è riscontrata una accesa diatriba processuale incentrata sulle metodologie e approcci terapeutici seguiti dai rianimatori dell’ospedale della cittadina cilentana, con una presenza attiva anche di consulenti tecnico-sanitari scelti tra i docenti dell’ateneo in medicina di Napoli.

Il nucleo di avvocati che ha assistito i sette sanitari , e cioè l’avv. Mario Turi di Salerno, l’avv. Bruno Mautone di Agropoli, l’avv. Domenico Guazzo di Capaccio, l’avv. Domenico Antonio D’Alessandro di Vallo della Lucania e l’avv. Franco Maldonato di Sapri, hanno in modo deciso contrapposto le proprie argomentazioni logico-giuridico-processuali, alle responsabilità ventilate nei primi due gradi di giudizio evidenziando che l’operato e l’approccio metodologico del reparto di rianimazione sia stato sempre rispondente ai dettami scientifici involgenti la cura di lesione tracheale e della polmonite ab ingestis cioè di una gravissima forma di patologia polmonare.

Le cause del decesso

La paziente, infatti, è deceduta per le letali complicanze della virulenta forma di polmonite insorta e manifestatasi per il letale ingurgitamento di vomito e saliva. Con l’ausilio del dr. Giuseppe Vauro di San Marzano sul Sarno, autore di una relazione medica compiuta e rigorosissima sul piano scientifico, i legali della difesa hanno scalfito le valutazioni che inizialmente i giudici di vallo e poi in secondo grado in corte di Appello di Salerno hanno ritenuto di seguire.
Tali valutazioni giudiziali sono state letteralmente smontate dai giudici della Cassazione, i magistrati della Suprema Corte infatti annullavano le statuizioni già emesse in precedenza dai magistrati del merito e rimettevano nuovamente il giudizio innanzi alla Corte di Appello di Napoli.

Una decisione, peraltro, quella dei giudici con l’ermellino che è stata pubblicata in annuari di giurisprudenza per la ricchezza di argomenti e di riferimenti giuridici molto puntuali e rilevanti. Con una precisione e una sollecitudine encomiabili il Consigliere Carbone della prima sezione penale della Corte di Appello di Napoli, rese possibili con una serie di udienze vicine cronologicamente, approfondiva ogni aspetto della vicenda e gli avvocati Turi, Mautone, Guazzo, D’Alessandro e Maldonato, anche con note scritte nonché con interventi oratori appassionati sottolineavano che l’operato dei propri assistiti era stato, in realtà, esente da critiche e caratterizzato da una metodologia scientifica e medica codificata nelle esperienze e negli approcci metodologici di specialisti di chirurgia toracica di tutto il mondo.

A fronte di una inopinata valutazione di sanitari designati come Consulenti dei giudici, secondo i quali lesioni tracheali vanno trattati unicamente e obbligatoriamente con intervento chirurgico, la letteratura mondiale , all’opposto e in alternativa, prevede la c.d. terapia conservativa, un metodo, oltretutto, con concrete possibilità di sopravvivenza laddove la invasività di trattamenti chirurgici in pazienti già provati da danni fisici e da pregresse operazioni ha un indice di mortalità decisamente rilevante. Sempre con l’ausilio del dr. Giuseppe Vairo i legali dell’intero reparto di rianimazione hanno fatto emergere che il decesso sopravveniva, purtroppo, per una polmonite ab ingestis contro cui nulla potevano i sanitari e non per una presunta mediastinite ventilata e ipotizzata senza alcun supporto diagnostico oggettivo dai medici che sono stati designati CTU in primo grado e poi risentiti in secondo grado. In sostanza nel caso oggetto di cronaca i medici Giuliani, Sparano, Casoria, Cerulli, Pacente, De Vita, Bosco hanno tentato in tutti i modi e lodevolmente di evitare l’ esito letale mettendo in campo metodologie e approcci previsti dalla scienza medica e la loro condotta non viola alcuna fattispecie penale, il fatto non sussiste.

Ciò è stato riconosciuto alla fine di un lungo iter processuale, estenuante e prolungato e che però è servito a chiarire e sviscerare ogni aspetto e ogni circostanza della annosa e drammatica vicenda, gli approfondimenti e le reiterate valutazioni hanno fatto emergere la verità dei fatti.

La morte di un degente è sempre un dramma ma al dramma si aggiunge dramma se medici che si sono prodigati nel rispetto di metodologie e di approcci scientifici vengano poi ad essere condannati ingiustamente.

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