Dall’altra parte ci sono buste paga che, una volta confrontate con il costo della vita, sembrano sempre le stesse, se non più leggere.
Ci si trova così davanti a un paradosso: la ricchezza complessiva del Paese sale, il reddito reale di chi lavora arretra o è fermo. E la sensazione diffusa è quella di correre senza riuscire a recuperare terreno.
Cosa dicono i numeri sui redditi in Italia
Secondo i dati Eurostat che sono stati ripresi da diverse testate, nell’arco di circa 20 anno il reddito reale delle famiglie italiane si è ridotto di circa il 4%. Nello stesso periodo, in media, l’Unione Europea ha visto una crescita di circa il 22%.
Il confronto rende la fotografia ancora più chiara: da una parte Stati come Romania, Lituania o Polonia, che hanno registrato incrementi eccezionali; dall’altra, alcuni Paesi che hanno visto erodere lentamente il potere d’acquisto.
L’Italia si trova tra gli Stati dell’Unione Europeache presentanoun arretramento, affiancata in questa posizione dalla Grecia, nella quale il calo è ancora più marcato.
Chi desidera approfondire datie confronti può consultare il sito Notizie Audaci, che ha dedicato un’analisi specifica ai redditi delle famiglie italiane e ha ricostruito in modo dettagliato il quadro emerso dallo studio di Eurostat.
Tra il 2004 e il 2008 i redditi sono cresciuti in maniera graduale e sono stati accompagnati nel tempo da una percezione diffusa di avanzamento. Successivamente, la crisi finanziaria globale è arrivata a interrompere di colpo quel percorso.
Il biennio 2012-2013 rappresenta un momento particolarmente difficile, con un arretramento netto del potere d’acquisto, mentre dal 2014 si apre una nuova fase di risalita, frenata di nuovo dagli eventi del 2020.
L’Europa, nel suo insieme, ha reagito con elasticità. In molti Paesi la combinazione tra politiche del lavoro, investimenti e crescita della produttività ha permesso un recupero dei redditi delle famiglie.
In Italia la ripresa c’è stata, ma è stata assorbita da una produttività che fatica a salire. Il risultato finale è una situazione che pesa soprattutto sulle generazioni entrate nel mercato del lavoro dopo la grande crisi finanziaria.
Conti in banca più ricchi, stipendi in difficoltà
Davanti a una serie storica in cui il reddito reale sembra arretrare, sembra strano leggere nei rapporti di Bankitalia che la ricchezza delle famiglie italiane continua a crescere.
All’apparenza i due elementi non dovrebbero coesistere: se le entrate perdono potere d’acquisto, come possono aumentare i patrimoni?
La spiegazione si trova in una differenza ben precisa: il reddito misura quanto entra in un determinato periodo, la ricchezza indica il valore complessivo di ciò che una famiglia possiede, tra immobili, risparmi, titoli, partecipazioni e altri strumenti finanziari.
Nel corso degli anni, chi disponeva già di un certo patrimonio ha visto quel capitale aumentare di valore, spesso grazie alla crescita dei mercati finanziari, alla tenuta del mattone in molte aree del Paese e al buon andamento di alcuni strumenti di risparmio gestito.
Anche in presenza di redditi fermi, questi nuclei familiari hanno potuto accrescere i propri conti correnti e le proprie attività finanziarie, sfruttando gli interessi, le plusvalenze, le rivalutazioni immobiliari, le eredità.
La fotografia statistica registra quindi una ricchezza complessiva in aumento, pur con stipendi che non tengono il passo dei prezzi.
Per una parte ampia della popolazione la realtà quotidiana è ben diversa. I conti correnti restano modesti, spesso destinati a svuotarsi a fine mese per far fronte a bollette, affitti, mutui, spese alimentari e altri costi.
Chi vive quasi soltanto del proprio stipendio percepisce la contraddizione in modo diretto: se le cifre aggregate parlano di un Paese con più patrimonio, l’esperienza individuale racconta di stipendi che a voltenon riescono a sostenere il rincaro del costo della vita.
Come si erode il potere d’acquisto: inflazione, crisi e lavoro instabile
Per spiegare il calo del reddito reale non basta osservare i numeri dei contratti di lavoro.
L’inflazione, per esempio, agisce in maniera non sempre evidente: le cifre in busta paga rimangono uguali, ma ciò che si può acquistare con quello stesso importo diminuisce.
Le crisi economiche degli ultimi 20 anni hanno lasciato segni profondi sul mercato del lavoro.
Molte imprese hanno ridotto organici, investimenti e salari, soprattutto nelle fasi più difficili, privilegiando forme di occupazione più flessibili.
I lavoratori hanno accettato situazioni meno stabili pur di non restare fuori dal mercato.
Il risultato è un sistema in cui lunghi periodi di precarietà si alternano a contratti più stabili, con carriere che avanzano lentamente e stipendi che fanno fatica a crescere oltre la soglia iniziale.
Allo stesso tempo, i costi essenziali per le famiglie non sono rimasti fermi, perché casa, energia, trasporti, cura dei figli, istruzione rappresentano voci di spesa che, negli anni, hanno assorbito una parte crescente del reddito.
In assenza di aumenti adeguati, molte famiglie hanno iniziato a tagliare su consumi considerati meno necessari, rinviando acquisti importanti o riducendo le spese per il tempo libero.
Il reddito reale in calo, quindi, è il segnale di una qualità della vita che si restringe, di progetti messi in pausa e di scelte a tutti gli effetti obbligate.


