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Attualità

Pisciotta: un parco giochi per il partigiano Giuseppe Veneroso

Nel giorno della Festa della Liberazione, Pisciotta omaggia il partigiano Giuseppe Veneroso. Ecco la sua storia.

Comunicato Stampa
24/04/2022 10:30 AM
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Importante momento per la comunità di Pisciotta. Il 25 aprile, Festa della Liberazione, è prevista l’intitolazione di un parco giochi a “Peppo Veneroso Partigiano della Libertà”. A lui sarà dedicato lo spazio pubblico del Capoluogo antistante via San Michele, occupato dal parco giochi bambini “Sopra il Muraglione”.

Il parco giochi bambini  è il luogo ideale per  legare il nome di un combattente per la giustizia, ai momenti spontanei della puerizia e perciò a quella libertà, a cui tanti uomini hanno dedicato la propria vita.

Chi era Giuseppe Veneroso

Giuseppe Veneroso(Pisciotta 1921-Prato 2009),  appartiene a pieno titolo alla schiera di quegli italiani eletti che con il loro operato tanto  hanno contribuìto al trionfo dei valori fondanti della Repubblica Italiana ed al recupero dei  sentimenti più nobili, quale la solidarietà tra gli uomini. L’operato di Giuseppe Veneroso-persona affidabile-procede con l’azione di Giovanni Palatucci, riconosciuta con l’attribuzione di “Giusto tra le Nazioni”,sancita dallo Stato di israele nel 1990.

La comunità pisciottana, orgogliosamente,vuole rendere  un particolare tributo alla memoria di un suo figlio, la cui storia di vita resti di esempio e monito alle future generazioni.

Giuseppe Veneroso, per i compaesani Peppo, è stato un “eroe silenzioso”. Da buon cilentano riservato e da militare fedele alle consegne del superiore di grado,non aveva mai parlato diffusamente, ma solo per accenni alle vicende che l’avevano visto protagonista in quel di Fiume, al confine con l’allora Jugoslavia, fino a quando – pochi anni prima di lasciare la vita terrena – non incontrò a Prato, nel 2006,  lo scrittore campano – giornalista di Avvenire – Angelo Picariello, che stava realizzando per le edizioni San Paolo una biografia sul commissario Giovanni Palatucci, questore reggente a Fiume poi deportato e morto a Dachau, salvatore di migliaia di ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, con il quale Veneroso, da giovane finanziere aveva collaborato. L’uscita poi, nel giugno del 2007, del libro “Capuozzo accontenta questo ragazzo”, dedicato a Palatucci e recante un intero paragrafo dedicato all’opera di Veneroso, attirò per la prima volta l’attenzione sul suo contributo a questa attività di Salvataggio.

Arruolatosi nella Guardia di Finanza, Veneroso aveva una formazione e una visione schiettamente antifascista e, assegnato alla sorveglianza di frontiera, posta alla periferia di Fiume, trovò quindi nel commissario Palatucci e nella rete che faceva a lui riferimento la possibilità di incanalare a fin di bene la sua indisponibilità a fare del male a questi cittadini in fuga dalla ex Jugoslavia, per sfuggire al regime degli Usascia di Ante Pavelic. Il numero delle persone transitate clandestinamente («circa cinquemila») quasi tutte senza documenti e lasciate passare dai finanzieri lui lo ricavava, ragionando a spanne, dalle comunicazioni che periodicamente lui personalmente faceva a Palatucci (che si recava alla frontiera per incontrare lui o qualche altro collega fidato) per avere comunicazioni circa le persone fatte passare: erano in media una cinquantina a settimana, e questo rischiosissimo “gioco” andò avanti per circa due anni.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 le cose cambiarono, i tedeschi invasero l’Istria e la Dalmazia di fatto esautorando l’esercito e le autorità di polizia italiane, lui mettendosi a rischio abbandonò quella terra e si fece partigiano. «L’8 settembre – scrisse lui stesso – mi trovai con altri colleghi a Buccari, sbandato, senza ordini e con il pericolo che i tedeschi ci prendessero prigionieri oppure che i partigiani di Tito ci uccidessero». Bisognava trovare un imbarco e prendere il mare; prima, però, il giovane finanziere – ha ricostruito Clodomiro Tarsia, sulla “Città” di Salerno – «sentì il dovere di non far cadere il Tricolore della sua brigata nelle mani del nemico. Tornò in caserma, lo tolse dall’asta, lo piegò religiosamente e lo portò con sé dopo averlo cucito all’interno della giacca. Di notte riuscì a imbarcarsi su un piccolo battello della Marina Militare e a raggiungere Ancona.

Assieme ad altri militari sbandati e con la bandiera stretta sul cuore, percorse a piedi il tragitto fino a Roma, tenendosi lontano dalle strade battute dai tedeschi.Nella capitale si presentò alla caserma “Piave”, e poi si arruolò nel gruppo “Partigiani Fiamme Gialle”, prendendo parte, la notte tra il 3 e il 4 giugno 1944, al conflitto a fuoco con i reparti tedeschi che tentarono di impadronirsi degli automezzi della “Legione Allievi” di Roma. I tedeschi furono respinti, ma Veneroso rimase ferito a una guancia e alla testa. Dopo la liberazione di Roma, fece ritorno a Pisciotta per riabbracciare i suoi e la ragazza che lo attendeva da dieci anni, che sposò nel 1950: Lui era andato via da Pisciotta il 16 agosto 1940, arruolandosi, non ancora diciannovenne, nel corpo della Guardia di Finanza. Nel dopoguerra continuò a servire lo Stato prestando servizio per tredici anni a Maiori con il grado di maresciallo. Quindi fu trasferito a Pistoia e a Prato dove terminò la sua carriera e si stabilì con la famiglia, senza mai perdere i contatti con la sua provincia natia, con Pisciotta e con Maiori, dove erano nati I tre figli Wilma, Vito e Rosaria. Nel 2008 il sindaco di Prato, Marco Romagnoli, assegnò al vecchio maresciallo il “Sigillo d’Argento” riservato ai personaggi benemeriti della città.

Anche il Consiglio Regionale toscano, su iniziativa del presidente Riccardo Nencini gli conferì un riconoscimento pubblico nell’ambito della Giornata della Memoria. Morì nel 2009.  Aveva 88 anni.

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