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La Donna nella tradizione cilentana attraverso i versi dei poeti e i canti popolari

8 marzo, festa della donna: InfoCilento la celebra così, ricordando il suo ruolo nella comunità cilentana.

Emma Mutalipassi

8 Marzo 2016

8 marzo, festa della donna: InfoCilento la celebra così, ricordando il suo ruolo nella comunità cilentana.

InfoCilento - Canale 79

La donna ha vissuto un graduale processo di emancipazione ed ancora oggi ne paga le spese in alcuni settori. In una terra in chiaroscuri come il Cilento, fatto di piccoli centri, famiglie numerose e vita contadina, non aperta all’esterno, fino a pochi decenni fa la condizione della donna cilentana si presentava ancora più circoscritta in rigidi valori e numerose rinunce.

La donna cilentana agli inizi del secolo, appartenente a famiglie più o meno abbienti, viveva la fatica del lavoro, in molti casi le percosse, il mancato diritto all’istruzione e inoltre il fidanzamento quasi sempre “combinato” o addirittura “per corrispondenza” dall’America; perciò tutta un’altra concezione di vita anche nei sentimenti e nei rapporti umani.

La donna contadina, figlia, sposa e madre accondiscendente, man mano è andata incontro ai nuovi tempi e la sua vecchia condizione ormai è lontana.

Regaliamo alcune immagini di vita vissuta della donna cilentana attraverso alcuni versi del Poeta Giuseppe Liuccio dalla raccolta “Chesta è la terra mia”, Galzerano editore, e da alcuni stornelli popolari di tradizione orale ricordati dallo stesso autore. Nella poesia in dialetto “E’ fatto notte”, musicata da Aniello De Vita, la donna lontana dal marito: “E’ fatto notte e nù me vene suonno;/lo lietto e’ friddo ma coce lo core./ Maritimo me scrive: Io stao a luongo/ma penzo sempe atte, mio caro amore./ pur’io te penzo e che te penzo a ffare,/ si lo cuscino, poi m’aggia abbrazzare/ Quanno si zoria rice ch’è peccato/ Quanno si zita nù ngè lo marito”…

I canti popolari nel Cilento antico erano di “amore” o di “sdegno” (dispetto) in cui si può leggere un disegno di donna corteggiata solo da lontano, venerata, riservata nel suo mondo, nel primo tipo, e di donna oggetto di possesso che suscita gelosia e che con un suo gesto di “disonore” si fa subito degna di offesa.
Amore: E rosa siti e Rosa ve chiamati/ e lo culore re la rosa aviti/ Quann a sta fenestrella v’affacciati/ lo sole miezzo l’aria ntratteniti/ ma quale pena a lo core me rati/ quanno veriti a me ve ne trasiti.
Sdegno o dispetto: Io a la casa toa ange so stato/ ng’aggio mangiato vippito e durmuto./ M’aggio mangiato la meglio nzalata/ lo curiniello della tua lattuga/ Ng’aggio lassato n’uosso spolecato/rallo a sto pappaallo che è benuto/ aggio lassato la porta abbannata/ trase chi vole trase ca io so assuto.

Ma i versi che seguono tratti dalla poesia “E sienti che te rico”, anche questa poesia musicata da Aniello De Vita, cantano ormai i tempi andati e il riscatto della Donna Cilentana che proprio come la terra che l’ha generata sa essere dolce e amara, col sorriso luminoso e gli occhi scuri, ostinata e tenace.
E sì benuto co chitarra e canti/ sotto la mia funestra a mezzanotte./ Lo saccio ca presumi, ca te vanti/ ca sì turnato pe mme venì a sfotte./ Te sbagli bello mio se nne so gghiuti / li tiempi re na vota. Sò fernuti/ E sienti che te rico ohi nzallanuto/ Te nne puo’ ghi ra addònne si benuto/mo pure a lo Ciliento le figliole/ ponno mannà a fa fotte la famiglia/ Se so mbarate re campa’ ra sole/ nu mborta ca nisciuno se le piglia/….

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