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I nuovi dati di Legambiente sull’inquinamento atmosferico nelle città campane

Preoccupa il confronto con i nuovi target al 2030: in Campania fuorilegge il 89% delle città per il PM10, il 95% per il PM2.5 e il 65% per l’NO2

Comunicato Stampa
08/02/2024 10:38 AM
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Smog Ambiente

Un 2023 “grigio” per le città campane per quanto riguarda l’inquinamento atmosferico. Un anno con qualche luce e molte ombre. La lotta allo smog è ancora in salita secondo il nuovo report di Legambiente “Mal Aria di città 2024”, redatto nell’ambito della Clean Cities Campaign. Il report di Legambiente ha analizzato i dati del 2023 nelle città campane, sia per quanto riguarda i livelli delle polveri sottili (PM10, PM2.5) che del biossido di azoto (NO2) in cui sono state sempre disponibili i dati delle centraline dell’Arpac.

Le criticità

Su 23 città campane monitorate, sono sette le città a non rispettare il limite previsto per il PM10 di 35 giorni con una concentrazione media giornaliera inferiore a 50 microgrammi per metro cubo (µg/mc), ma ben 89% delle città mostra medie annuali del PM10 superiore ai limiti che entreranno in vigore nel 2030. Va peggio per PM2.5, dove su 20 città campane in cui sono sempre disponibili i dati delle centraline dell’Arpac, ben il 95% delle città campane mostra concentrazioni medie annuali di PM2.5 al di sopra degli obiettivi al 2030. Migliore la situazione per quanto riguarda NO2dove su 23 città in cui sono sempre disponibili i dati delle centraline dell’Arpac, il 65% mostra concentrazioni medie annuali di NO2 al di sopra degli obiettivi al 2030.

I dati delle città campane

Nel dettaglio nel 2023 sono state sette le città campane monitorate a non rispettare il limite previsto per il PM10 di 35 giorni con una concentrazione media giornaliera inferiore a 50 microgrammi per metro cubo (µg/mc). In testa alla classifica delle città fuorilegge secondo la normativa vigente c’è Acerra, con 89 giorni di sforamento registrati nella centralina posizionata nella zona industriale (a cui si aggiunge anche il dato dei 53 giorni rilevato dalla centralina di Scuola Caporale), seguita da San Vitaliano ( Scuola Marconi) con 74 giorni e Volla (Via Filichito) con 59 giorni superamento del limite giornaliero. Sopra i 35 giorni troviamo anche Aversa (Scuola Cirillo) con 46 giorni, Teverola (Via S.Lorenzo), Napoli (Ospedale Pellegrini) e Casoria (Scuola Palizzi) con rispettivamente 44,36 e 36 giorni. E’ da evidenziare come Acerra e San Vitaliano, in provincia di Napoli superano abbondantemente Frosinone che con 70 giorni conquista a livello nazionale la “maglia nera” delle città fuorilegge secondo la normativa vigente.

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Per quanto riguarda il PM2.5 sono state considerate 20 città in Campania in cui sono sempre stati disponibili i dati delle centraline ARPAC. In Campania solo San Vitaliano con una media del 26,7 µg/mc supera il valore previsto dalla legge. Volla, Casoria e Acerra con 21 µg/mc si avvicinano al limite con la normativa vigente. Tra i capoluoghi di provincia le situazioni più critiche si registrano ad Avellino e Benevento con una media annuale pari a 17µg/mc. Per NO2 sono state considerate 23 città in Campania in cui sono sempre stati sempre disponibili i dati delle centraline ARPAC. Solo Teverola supera il valore normativo di riferimento di 40 µg/mc ma si avvicina molto Napoli (38 µg/mc), Acerra (29,8 µg/mc) e Aversa (28,3 µg/mc). Da monitorare la situazione di Napoli, che è passata dai 37 µg/mc del 2019 ai 38 µg/mc attuali, passando per un minimo di 28 µg/mc e 24 µg/mc nel 2020 e nel 2021 (gli anni più stringenti dalle misure previste per il Covid).

“Ancora una volta l’obiettivo di avere un’aria pulita nei centri urbani della nostra regione rimane un miraggio, come dimostra la fotografia scattata dal nostro rapporto Mal’Aria di città”, dichiara Francesca Ferro, direttrice Legambiente Campania.

I dati del 2023 ci dicono che il processo di riduzione delle concentrazioni è inesistente o comunque troppo lento con situazioni in alcuni comuni come San Vitaliano, Acerra e Volla ormai croniche ed emergenziali. Eppure, le fonti sono note così come sono disponibili e conosciute le azioni e le misure di riduzione delle emissioni, ma continuiamo a registrare ancora forti e ingiustificati ritardi nel promuovere soluzioni trasversali. Serve quindi un cambiamento radicale, attuando misure strutturali ed integrate, capaci di impattare efficacemente sulle diverse fonti di smog, dal riscaldamento degli edifici, dall’industria all’agricoltura e la zootecnia fino alla mobilità con investimenti sul trasporto pubblico.

“Se guardiamo – conclude Ferro di Legambiente Campania – ai limiti normativi che verranno approvati a breve dall’UE, previsti per il 2030 con limiti più stringenti di quelli attuali la situazione nelle nostre città peggiora. Gli interventi non sono più rinviabili e chiamano in causa le amministrazioni comunali che devono avere più coraggio e determinazione nell’applicare politiche concrete ed efficienti per ridurre non solo lo smog ma anche l’impatto sanitario sulla popolazione it, il costo ad esso associato, e il danno agli ambienti naturali”.

Se il 2030 fosse già qui, ben 89% delle città campane superano attualmente quelli che saranno i nuovi limiti previsti al 2030 (20 µg/mc come media annuale) mentre solo tre città (Marcianise, Polla e Portici) rispettano oggi i valori suggeritidall’OMS che potrebbero diventare vincolanti per la DQA nel 2035. Le situazioni più critiche a San Vitaliano( riduzione pari al 49% entro 2030), Acerra( 47%) e Volla(45%). Tra i capoluoghi di provincia la situazione più critica ad Avellino dove le concentrazioni di PM10 dovranno essere ridotte del 31% rispetto i limiti previsti del 2030, segue Napoli con una riduzione del 28% e Caserta del 24%. Situazione peggiore per il PM2.5 con ben il 95% delle città campane oltre i futuri limiti di legge,con 10 città con una riduzione necessaria tra il 62% e ai 35% ( si passa dal 62,5% di riduzione necessaria di San Vitaliano al 54,4 di Volla, del 41% di Avellino. Situazione lievemente migliore per il biossido di azoto, dove sono nove le città che rientrano con i valori attuali nei limiti previsti al 2030 (Pomiglianod’Arco,Portici,Avellino,Benvento,Battipaglia,Cava dei Tirreni,San Felice a Cancello,Solofra, Ottati).Le situazioni più critiche a Napoli (riduzione del 48% entro il 2030) e Teverola(Ce) ( riduzione del 55%).

Le proposte di Legambiente

Per uscire dalla morsa dell’inquinamento – secondo il Cigno Verde – bisogna tenere conto delle diverse realtà territoriali e agire sulle diverse fonti di emissioni di inquinanti atmosferici in maniera sinergica. Solo così si potrà nel medio periodo tornare a respirare aria pulita nelle nostre città. Ecco, le direzioni da seguire:

  • Muoversi in libertà e sicurezza per le città. Servono investimenti massicci nel TPL, incentivi all’uso del trasporto pubblico, mobilità elettrica condivisa anche nelle periferie, implementare ZTL, LEZ (Low emission zone) e ZEZ (Zero emission Zone), elettrificazione anche dei veicoli merci digitalizzare i servizi pubblici, promuovere l’home working, ampliare reti ciclo-pedonali e ridisegnare lo spazio urbano, a misura di persona con limiti di velocità a “città 30”, rendendo al contempo la mobilità non solo più pulita, ma più sicura e realmente inclusiva.
  • Riscaldarsi bene e meglio. Bisogna vietare progressivamente le caldaie e generatori di calore a biomassa nei territori più inquinati; negli altri invece supportare l’installazione di tecnologie a emissioni “quasi zero”, con sistemi di filtrazione integrati o esterni, o soluzioni ibride.
  • Occuparsi anche delle campagne. In aree rurali con agricoltura e allevamento intensivo, le emissioni agricole possono superare quelle industriali o urbane. Occorre dunque vigilare sul rispetto dei regolamenti per lo spandimento e rapido interramento dei liquami, e promuovere investimenti agricoli verso pratiche che riducono le emissioni ammoniacali, come la copertura delle vasche di liquami e la creazione di sistemi di trattamento, soprattutto per la produzione di biometano.
  • Monitorare per la tutela della salute. È inoltre necessario cambiare anche la strategia di monitoraggio sinora impiegata, aumentando il numero di centraline di monitoraggio in modo da garantire una copertura di tutte le principali aree urbane del Paese. Con la prossima adozione di nuovi limiti più allineati con quelli dell’OMS, infatti, molte delle aree che ora sono in regola non lo saranno più e la verifica costante e puntuale della situazione sarà ancora una volta quanto mai necessaria. Oggi sono disponibili sensori a basso costo che si possono affiancare alle centraline tradizionali, rendendo il monitoraggio distribuito, capillare e scientificamente fondato secondo il paradigma delle smart cities.
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