Dinanzi alla Corte di Assise di Salerno, il pubblico ministero Marinella Guglielmotti ha formulato una richiesta di condanna a 25 anni di reclusione per Vincenzo Santimone, accusato dell’omicidio del padre Riccardo. La requisitoria si è basata su un quadro accusatorio rigido, dove la gravità del fatto si scontra con la posizione dell’imputato: «L’imputato non si è mai pentito di aver ucciso il padre. Confermandolo anche quando ha reso dichiarazioni spontanee».
Le aggravanti e il mancato pentimento
Secondo la ricostruzione della Procura, la posizione del quarantasettenne ebolitano è aggravata dai futili motivi e dalla crudeltà dell’azione. Nonostante la richiesta della Procura preveda la concessione della sola diminuente legata alla seminfermità mentale, il PM ha espresso fermezza nel non riconoscere le attenuanti generiche. L’iter giudiziario proseguirà a giugno, quando è prevista l’arringa del difensore Elena Criscuolo, cui seguirà la sentenza definitiva.
La dinamica del delitto al rione della Pace
Il tragico evento risale al 5 marzo 2024, consumatosi all’interno di un’abitazione in via Bartolo Longo, nel cuore del rione della Pace a Eboli. La vittima, un ex gommista stimato nella comunità, trascorreva la sua pensione accudendo la moglie, costretta a letto da condizioni di salute gravi e irreversibili. Fu proprio in quell’ambiente domestico che si scatenò la furia del figlio. Vincenzo, già provato da disturbi psichici e da un recente isolamento sociale acuito dalla perdita del lavoro, aggredì il genitore in cucina. Il tentativo di Riccardo Santimone di rifugiarsi in bagno fu inutile: il figlio lo inseguì continuando a colpirlo fino a sferrare il fendente fatale all’aorta.
Il rumore del frullatore come innesco del raptus
Le indagini condotte dai carabinieri della compagnia locale hanno portato alla luce una motivazione agghiacciante dietro l’omicidio. A scatenare l’impeto violento di Santimone sarebbero stati i rumori domestici, in particolare quelli prodotti dal padre mentre preparava la cena. Lo stesso imputato, durante gli interrogatori, ha confermato che il rumore del frullatore lo avrebbe fatto impazzire, spingendolo ad afferrare un coltello da cucina. Un fastidio quotidiano trasformato in un raptus omicida che ha spezzato la vita di un uomo dedito alla cura della propria famiglia.
