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Campania: estate da dimenticare. Ecco il dossier di Legambiente

Incendi, criminalità, cemento, inquinamento: ecco i dati dell'associazione ambientalista

Di: Comunicato Stampa
Pubblicato il: 29/08/2017
Aggiornato il: 03/04/2018
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Incendi, criminalità, cemento, inquinamento: ecco i dati dell’associazione ambientalista

Un’estate da dimenticare per la Campania, bruciata dalle fiamme, assetata per mancanza di acqua, deturpata da cemento selvaggio, illegale e disordinato, con ancora tanti punti critici sul fronte dell’inquinamento marino. E’ quanto emerge da un dossier di Legambiente. I dati, le storie ed i numeri raccolti sono eloquenti e fotografano una regione che dal punto di vista delle politiche ambientali è al bivio. Una situazione – si apprende dall’elaborato stilato – frutto di decenni di malgoverno, dell’assenza di controlli, della mancanza di una politica di prevenzione e monitoraggio del territorio, della devastazione e cementificazione di vastissime aree: in poche parole di una politica del rattoppo che ha inseguito e insegue l’emergenza senza una pianificazione territoriale ordinaria fuori da logiche di consenso elettorale. Una politica del rattoppo che coinvolge il livello regionale e locale.

Nel dossier Legambiente si parte dagli incendi. Le fiamme hanno mandato in fumo tra maggio e luglio 13.037 ettari di superfici boschive, quattro volte la superficie bruciata in tutto il 2016. Maggiormente colpite le aree protette: dai Parchi nazionali, Vesuvio in primis, a quelli regionali. In particolare gli incendi nel 2017 hanno coinvolto in Campania 24 Siti di Importanza Comunitaria, 6 Zone di Protezione Speciale e 13 Parchi e Aree protette. Le regioni che hanno perso il patrimonio maggiore sono: la Sicilia (con 11.817 ettari (ha) bruciati nei SIC, 8.610 nelle ZPS e 5.851 nelle Aree protette), laCampania (8.265 ha nei SIC, 4.681 nelle ZPS e 8.312 nelle Aree protette). Un danno economico enorme se ogni ettaro di bosco distrutto dal fuoco, costa alla collettività circa 20mila euro tra attività di spegnimento e rinverdimento, smaltimento dei residui e legna perduta nell’incendio.

Non da meno la situazione sul fronte del cemento. La Campania è in testa della classifica dell’illegalità nel ciclo del cemento costiero, con 764 infrazioni accertate dalle Capitanerie di porto e dalle altre forze dell’ordine, detiene sul suo territorio il 20,3% del totale dei reati. Primato che riguarda anche il numero delle persone denunciate, 855, e dei sequestri, 234. Ma a sfregiare la costa è soprattutto il “vecchio abusivismo”, quello che da decenni sopravvive alle demolizioni, quello delle seconde case in riva al mare che godono delle particolari attenzioni dei politici, locali e nazionali, sempre attenti a impedire che arrivino le ruspe. In Campania negli ultimi dieci anni la realizzazione di circa 60 mila case abusive per un totale di circa nove milioni di mq di superficie abusiva. Le domande di condono per abusi edilizi nei soli 13 comuni che hanno un pezzo del territorio dentro il Parco nazionale del Vesuvio, sommando la sanatoria del 1985 e quella del 1994, sono 49.087.Tra il 2000 e il 2011 nei cinque comuni capoluogo di provincia della Campania sono state emesse 18.111 ordinanze di demolizione ma eseguite solo 828 (appena il 4,5%).

E spesso cemento va a braccetto con la criminalità. Se c’è una costante in Campania nei decreti di scioglimento dei comuni per infiltrazione mafiosa è quella dell’illegalità nel ciclo cemento: l’81% dei comuni sciolti in Campania dal 1991 a oggi, vede, tra le motivazioni del decreto, un diffuso abusivismo edilizio, casi ripetuti di speculazione immobiliare, pratiche di demolizione inevase. Il record va alla provincia di Napoli, con l’83% di comuni commissariati anche per il mattone illegale.

In Campania, accanto al cemento illegale, è ancora fortissima la tendenza a cementificare disordinatamente il suolo libero. I numeri di Legambiente sono eloquenti: In sei mesi, dal novembre 2015 al maggio 2016, la Campania ha consumato altri 457 ettari di territorio alla media di 76 ettari al mese per un totale di superfici urbanizzate al 2016 che si estendono su 146.330 ettari, e interessano quindi l’11% circa dell’intero territorio regionale.

Dal cemento all’inquinamento marino la situazione non cambia: secondo il dossier Mare Monstrum di Legambiente, la regione Campania è prima assoluta in Italia per i reati a danno del mare con 2594 illeciti, il 16,5% del totale, ben 5,5 infrazioni per chilometro di costa. Solo nello scorso anno sono state 2912 le persone denunciate e arrestate e 839 i sequestri effettuati.

Come ogni estate anche la Goletta Verde, la storica campagna di Legambiente a tutela del mare e delle coste, ha scattato una fotografia a tinte fosche per la Campania che continua a subire la minaccia della mancata depurazione: su trenta punti monitorati sedici presentavano cariche batteriche elevate. Nel mirino sono finiti sempre canali, foci di fiumi e torrenti che continuano a riversare in mare scarichi non adeguatamente depurati. Una situazione che in alcuni casi raggiunge record assoluti: da otto anni consecutivi, infatti, Legambiente assegna il giudizio di fortemente inquinato alla foce del fiume Irno a Salerno, del Torrente Savone a Mondragone, del fiume Sarno e dello sbocco del canale di Licola a Pozzuoli. Criticità sul fronte della depurazione confermati anche dai dati Arpac relativi ai controlli analitici svolti nel 2016 sulle acque in uscita dagli impianti di depurazione: su base regionale il 38% dei controlli è risultato “non conforme”, con punte di non conformità del 70% per gli impianti della provincia di Avellino e a seguire del 66% per quelli della provincia di Salerno, 52% per la provincia di Benevento, 27% per la provincia di Caserta e 22% per la provincia di Napoli.

“Un’estate critica quella che ha colpito la nostra regione – ha commentato Michele Buonomo, presidente di Legambiente Campania -. Dalla siccità agli incendi, dal cemento selvaggio alla scarsa depurazione. A due anni dall’insediamento della giunta regionale, se non è tempo di bilanci è almeno il momento delle verifiche. Mettere in sicurezza il territorio di fronte al rischio sismico, vulcanico, idrogeologico, intervenire sul fronte della depurazione e della lotta al consumo di suolo, passare dalle parole ai fatti sul fronte delle bonifiche sono gli ingredienti per la “grande opera pubblica” più urgente di tutte. Un’opera che ha bisogno di una manutenzione ordinaria quotidiana, ma che sistematicamente viene dimenticata da quasi tutti i governi regionali e dalla maggioranza degli amministratori locali. Siamo convinti che la Campania con le sue buone pratiche in campo imprenditoriale, civile e sociale è in grado assumere un ruolo da protagonista per il rilancio della nostra economia sotto il segno dell’efficienza, dell’innovazione e della sostenibilità. La nostra regione – conclude Buonomo – ha tutte le carte in regola per fare da capofila nell’economia circolare nel nostro Paese, grazie alle tante esperienze virtuose in atto in tante amministrazioni, in tante aziende capofila della green economy. Esperienze virtuose che abbiamo promosso con le nostre campagne che ci hanno visto impegnate quest’estate e che continueremo a promuovere a partire da settembre con l’appuntamento storico di Puliamo il Mondo, la più grande campagna di volontariato ambientale per riscoprire e valorizzare la bellezza dei nostri territori. Alle polemiche e alle critiche di sciacallaggio rispondiamo nell’unico modo che conosciamo: quello di promuovere le buone pratiche che contribuiscono alla salvaguardia e alla valorizzazione del nostro ecosistema marino, attraverso il turismo responsabile, tutela biodiversità, la promozione dei parchi e delle riserve marine. Un viaggio ed un impegno che Legambiente intraprende con i tanti volontari, turisti e cittadini che hanno a cuore la bellezza e il futuro economico, culturale e sostenibile della nostra regione”.

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