Fu il precettore di Gianni Agnelli, un intellettuale antifascista che il regime spedì al confino nel Cilento. Franco Antonicelli, scrittore, giornalista, editore e uomo politico nato a Voghera nel 1902, visse ad Agropoli tra l’inizio dell’estate del 1935 e la primavera del 1936. Quel periodo di esilio forzato diventò un legame profondo con la cittadina e con la vicina Paestum, tanto da arrivare, anni dopo, fino all’erede della Fiat.
Quando Gianni Agnelli approdò ad Agropoli con il suo yacht, in un luogo dove ormai era di casa, spiegò così la sua passione per quella costa:
“Ho sentito parlare di questi posti grazie ai racconti che mi faceva Franco Antonicelli, il mio istitutore”.
Chi era Franco Antonicelli
Laureato in lettere e in giurisprudenza, Antonicelli è stato una delle grandi coscienze critiche dell’Italia repubblicana. Il suo scontro con il fascismo risale al 1929, quando scrisse una lettera di solidarietà a Benedetto Croce, che in Senato si era opposto ai Patti Lateranensi. Gli costò un mese di carcere e il divieto di ricoprire qualsiasi impiego pubblico. Fu allora che scelse l’insegnamento privato, fino a diventare il precettore del giovane Agnelli.
Da quel momento il suo nome finì nei fascicoli della polizia politica. Nelle note di questura veniva indicato come “il pregiudicato politico Antonicelli Franco”: da sette anni era sotto la lente del regime.
L’arresto del 1935 e il confino nel Cilento
La svolta arrivò all’alba del 15 maggio 1935. Alle 6.45 scattò una retata che coinvolse circa duecento persone: l’intero gruppo torinese di “Giustizia e Libertà” e gli intellettuali einaudiani della rivista “La Cultura”. A fare la spia fu lo scrittore Pitigrilli.
Per Antonicelli la condanna fu di tre anni di confino ad Agropoli, allora un paese ancora lontano dal turismo di massa. Secondo lo storico locale Domenico Chieffallo, che ha ricostruito in un libro la vicenda dei confinati nella cittadina, furono “almeno sessanta” gli oppositori del regime mandati a vivere qui.
Le giornate ad Agropoli tra pittura, fotografia e canti popolari
Appena arrivato, Antonicelli cercò il modo di riempire il tempo. Dipingeva i paesaggi tra monti e mare, scriveva, fotografava e soprattutto raccoglieva le canzoni popolari cilentane dalla voce di marinai e popolane. Visitava le case povere dei contadini, curioso di ogni dettaglio della vita rurale. Avrebbe voluto spingersi nei paesi dell’entroterra, ma gli fu vietato.
Le mattine le trascorreva alla marina, ascoltando le storie dei pescatori. Le sere, durante un’estate che sembrava allungarsi fino a primavera e autunno, restava sui gradoni del porto a conversare, dipingere o scattare fotografie. Ogni giorno spediva alla fidanzata, Renata, una cartolina: da un lato un’immagine di Agropoli, dall’altro la trascrizione fedele di un canto popolare.
“Gli agropolesi gli vollero bene. Quel giovane signore colto ed elegante parlava con tutti. Ed ascoltava”, racconta Chieffallo.
In paese fece anche da padrino al battesimo di Cristina, figlia di Carola, titolare dell’albergo ristorante più rinomato del Cilento, frequentato perfino dal principe Umberto di Savoia. Proprio lì, più di una volta e in gran segreto, Benedetto Croce arrivò a far visita al suo discepolo.
A questa terra Antonicelli dedicò “Autunno ad Agropoli”, un manoscritto rimasto ancora inedito.
Le nozze alla Madonna del Granato di Capaccio
Il legame con il Cilento si consolidò con il matrimonio. Antonicelli sposò Renata Germano, figlia di Annibale, notaio della Fiat, nel santuario della Madonna del Granato a Capaccio, il giorno di Santo Stefano.
Il giornalista Oreste Mottola ha ricostruito quella cerimonia fuori dal comune:
“Lui aveva tight e cilindro, mentre la sposa indossava un costume grecizzante ispirato alle vicine vestigia pestane. Le due grandi automobili arrivate da Torino dopo aver attraversato la polverosa Tirrenica Inferiore che tagliava a metà l’area archeologica di Paestum, aizzarono la fantasia popolare dei braccianti di Capaccio e di Fonte di Roccadaspide richiamati dall’evento”.
Difficilmente i presenti sapevano chi fossero gli sposi. All’epoca la stampa taceva su vicende simili e la radio trasmetteva soprattutto i discorsi di Mussolini e le notizie della guerra d’Etiopia. “Ai locali parve di assistere ad una scena di un film”, sottolinea Mottola, ricordando come la scorta della forza pubblica al seguito della cerimonia ne accrescesse l’alone di leggenda.
La nostalgia per Agropoli
Il ricordo di quei mesi non lo abbandonò mai. A un amico agropolese, anni dopo, scrisse parole cariche di affetto:
“Non abbiamo mai dimenticato Agropoli: io specialmente, quanto più passa il tempo, tanto più penso con piacere e nostalgia al vostro paese: mi ricordo tutte le giornate trascorse in compagnia vostra, tutte le canzoni cilentane che ho imparato, tutti gli amici che ho conosciuto”.
Un sentimento ricambiato dalla comunità. “Ad Agropoli di quell’anno che Antonicelli rimase qui rimane il ricordo di quella raffinata eleganza di modi, di comportamento, di parola. Un animo colto e gentile”, conclude Chieffallo.
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