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Capaccio Paestum, caso Rinaldi-Cafasso: Cassazione annulla la condanna, ma restano i risarcimenti civili

La Cassazione cancella la condanna penale per calunnia a carico di Antonio Rinaldi grazie alla prescrizione, confermando però i risarcimenti per Alberico Cafasso

Di: Ernesto Rocco
Pubblicato il: 07/07/2026
Aggiornato il: 07/07/2026
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Corte di Cassazione

La sesta sezione penale della Corte di Cassazione ha pronunciato una sentenza definitiva che mette un punto fermo alla complessa vicenda giudiziaria che vedeva contrapposti Antonio Rinaldi e Alberico Cafasso indicando le motivazioni della precedente decisioni. I giudici di legittimità avevano annullato senza rinvio la sentenza impugnata agli effetti penali, dichiarando l’estinzione del reato per intervenuta prescrizione. Restano tuttavia confermate le statuizioni in sede civile, con l’obbligo per il ricorrente di risarcire i danni arrecati alla parte civile.

Le origini della vicenda e le condanne nei precedenti gradi di giudizio

La vicenda affondava le sue radici in un fitto intreccio di denunce iniziato molti anni fa. In primo grado, il Tribunale di Salerno aveva condannato Antonio Rinaldi a due anni di reclusione per il reato di calunnia. Tale decisione era stata successivamente confermata dalla Corte di appello di Salerno il 1° dicembre 2025.

Secondo l’impianto accusatorio iniziale, Rinaldi aveva sporto nel 2016 una formale denuncia contro Alberico Cafasso. In tale atto lo accusava di aver mentito in merito a un presunto episodio di tentata concussione che Cafasso aveva riferito nel 2012. Per i giudici di merito, la contro-denuncia presentata da Rinaldi era una consapevole e falsa attribuzione di reato nei confronti di una persona innocente.

Il nodo del diritto di difesa e il superamento dei limiti

Nel ricorso presentato in Cassazione, i legali della difesa hanno tentato di dimostrare che la denuncia sporta da Rinaldi rientrasse pienamente nell’alveo dell’esercizio del diritto di difesa. Secondo i difensori, l’imputato si sarebbe semplicemente limitato a contestare la veridicità delle accuse mosse a suo carico dal Cafasso.

Tuttavia, la Suprema Corte ha analizzato attentamente i limiti di tale diritto. Pur riconoscendo che la contestazione delle accuse rientra nelle facoltà dell’imputato, la giurisprudenza evidenzia che la difesa tramite dichiarazioni calunniose non esclude l’antigiuridicità della condotta, specialmente quando si superano i limiti di stretta essenzialità. I giudici d’appello avevano infatti constatato che la denuncia presentata da Rinaldi eccedeva quanto strettamente necessario per difendersi, configurando una consapevole strumentalizzazione della giustizia.

Il calcolo della prescrizione e la decisione finale

Il punto di svolta che ha portato alla decisione dell’annullamento della condanna penale riguarda il complesso calcolo dei termini di prescrizione del reato. La difesa ha eccepito l’erroneo computo di alcune sospensioni avvenute durante le fasi dibattimentali di primo grado. In particolare, è emerso che il rinvio di un’udienza dovuto all’assenza di un testimone chiave era stato catalogato impropriamente come sospensione legata al difensore.

I giudici di legittimità hanno ricordato che il rinvio finalizzato all’acquisizione delle prove non sospende il corso della prescrizione. Sulla base di questo corretto conteggio, il reato è risultato formalmente estinto il 9 gennaio 2025. Pur venendo meno la sanzione detentiva, la Cassazione aveva ritenuto inalterata la responsabilità civile di Rinaldi, condannandolo anche alla rifusione delle spese processuali sostenute dalla parte civile nel presente grado di giudizio.

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