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Cilento

Cilento: Il rito delle confraternite del Venerdì Santo

Il pellegrinaggio del Cilento tra popolo e devozione

Emma Mutalipassi
29/03/2018 8:00 PM
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Il pellegrinaggio del Cilento tra popolo e devozione

Si avvicina il giorno di grande spessore devozionale e di tradizione popolare per il Cilento, il venerdì santo dei pellegrinaggi delle confraternite presso gli altari della reposizione allestiti nelle chiese del territorio, in particolare nel Cilento Antico, dei paesi dell’anello del Monte Stella.

In un territorio policentrico, definito acefalo dallo studioso Professor Agamennone, per mancanza di un centro dominante, i gruppi confraternali (congreghe) hanno costituito per molti secoli una delle poche occasioni di incontro e scambio culturale tra individui, che, pur vivendo in borghi posti a pochi chilometri di distanza, raramente avevano occasione per comunicare tra loro. La dominazione del feudalesimo ha di fatto impedito l’affermazione nel Meridione dei Comuni, per cui lo spirito comunitario e di condivisione ha trovato proprio nel fenomeno religioso il suo naturale sbocco. L’ambito territoriale di interesse del rito va ristretto al Cilento Antico (o storico), vale a dire quell’area, limitata rispetto a quella dell’attuale Parco, che gravita intorno al Monte Stella, sulla cui sommità, con ogni probabilità, era un antichissimo insediamento di origine lucana, noto come Lucania o castrum Cilenti. È proprio su questo territorio che da secoli si compie quello che il professor Agamennone definisce il “piccolo rito penitenziale cilentano”, ovvero quella sorta di “pellegrinaggio che mette in movimento reciproco” durante la Settimana Santa “tutti i sodalizi attivi, estendendosi a coprire e marcare l’intera area del Monte Stella”. Il momento più sentito del folklore religioso dei paesi del Cilento Antico, praticato in particolare dalle congrèe, racconta Amedeo la Greca: “in esso assomma l’idea del pellegrinaggio a quella della sacra rappresentazione”.In questa occasione, le confraternite sono le protagoniste della vita dei villaggi mediante il suggestivo rito della visita agli altari della deposizione, comunemente detti subbùrcri (sepolcri). Non si tratta solo di un momento di alta religiosità popolare, ma anche di un’occasione di incontro con le comunità dei paesi limitrofi.

Il rituale non è molto antico (forse risale agli inizi del secolo scorso), ma risulta molto vicino allo spirito popolare; esso trova la sua caratteristica nell’immutabilità, ritenuta con orgoglio segno di decoro e lealtà verso la tradizione del paese. “Le confraternite, infatti, rappresentano un particolare modo di sentire il paese”, continua La Greca, in quanto si considerano le depositarie della sua anima, campioni della sua dignità e custodi della tradizione. Le confraternite, che costituiscono l’unico momento di aggregazione voluta e sentita dal mondo rurale, rappresentano anche l’occasione del superamento di questo individualismo e ne esprimono l’attuazione. La coralità del rituale, come anche l’accordo dei canti, sono la testimonianza di come l’animo dell’individuo, permeato dalla tradizione, riesce ad esprimersi all’unisono con quello dei confratelli. Seguire i rituali delle confraternite, o meglio ancora partecipare ad uno dei pellegrinaggi, è il modo migliore per conoscerle e capirle nella loro spiritualità, nel loro essere. Il Venerdì Santo nel Cilento ha conservato solo questo aspetto della pietà popolare, nelle confraternite possiamo dire che la ritualità e il sentimento religioso popolare sono rimasti intatti. Reminiscenza degli antichi pellegrinaggi penitenziali, è rimasto il canto del Miserère (salmo 51), eseguito in latino da un confratello e in un tono gregoriano. Suggestivo è anche il rituale del bacio, cioè dell’adorazione che i confratelli fanno a coppia in ginocchio davanti al sepolcro. Mentre per la maggior parte delle confraternite è limitato a tre inchini (due simultanei verso l’altare e uno tra i due confratelli), si è conservato il bàttito o disciplìna, cioè con lamelle di metallo legate a cordicelle, i confratelli si percuotono tre volte la schiena. Verosimilmente è una reminiscenza dei battenti di altre aree culturali o addirittura dei flagellanti del XIII, inoltre il rito delle “congreghe” richiama i riti penitenziari del 1500, il percorso accompagnato dai canti tradizionali, tramandati per tradizione orale, che si differenziano di paese in paese ma anche, in alcuni casi, da famiglia a famiglia, soprattutto nella melodia come un simbolo di identità culturale di discendenza, riecheggiano l’atmosfera di mistero e di terrore della crocifissione, del pianto di Maria e della penitenza dell’uomo nell’espiare quella colpa.

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