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Cilento

Corte di Cassazione conferma i domiciliari per il sindaco di Santa Marina Giovanni Fortunato

La Suprema Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di Giovanni Fortunato, ex sindaco di Santa Marina, confermando la misura cautelare degli arresti domiciliari

Di:
Ernesto Rocco
Di:Ernesto Rocco
Inizia l'attività giornalistica nel 2003, collaborando con il mensile "Il Cilento Nuovo". Successivamente diventa addetto stampa dell'U.S.Agropoli 1921, ruolo che manterrà fino al 2013 e che...
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Pubblicato il: 14/02/2026
Aggiornato il: 16/02/2026
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La Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione ha confermato l’ordinanza del Tribunale del riesame di Potenza che disponeva la misura degli arresti domiciliari per Giovanni Fortunato, sindaco del Comune di Santa Marina. Il primo cittadino (ora sospeso) è indagato per il reato di corruzione in relazione al rilascio di un permesso a costruire giudicato illegittimo.

Le accuse per Giovanni Fortunato

Secondo l’ipotesi accusatoria, Fortunato avrebbe ricevuto una tangente di centomila euro da due imprenditori. La somma sarebbe stata il corrispettivo per l’ottenimento del titolo abilitativo in favore di una società, rilasciato dall’Ufficio Tecnico comunale in assenza del necessario piano di lottizzazione.

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Il ricorso presentato dalla difesa di Fortunato si articolava su cinque motivi principali, tra cui spiccava l’eccezione di inutilizzabilità degli atti di indagine per una presunta tardiva iscrizione del nominativo nel registro degli indagati. La difesa sosteneva che il termine per le indagini preliminari dovesse essere quello di sei mesi previsto dalla normativa antecedente alla riforma “Cartabia”, e che il Pubblico Ministero avesse posticipato l’iscrizione per beneficiare di termini più lunghi. La Cassazione ha però respinto tale tesi, ritenendo corretta l’applicazione del termine annuale.

La decisione dei giudici

Nel merito della vicenda, i giudici hanno ravvisato la sussistenza di gravi indizi riguardanti un presunto “sistema” collaudato al cui vertice si sarebbe posto il sindaco. Tale schema operativo avrebbe coinvolto professionisti e tecnici vicini all’amministrazione comunale. Le indagini, partite dalle dichiarazioni di un imprenditore, avrebbero trovato riscontro in intercettazioni ambientali e telefoniche tra i soggetti coinvolti, oltre che nel sequestro di somme ingenti di danaro in contanti.

Nonostante le contestazioni della difesa sulla credibilità del principale accusatore e sull’assenza di prove dirette del patto corruttivo, la Suprema Corte ha giudicato logica e coerente la ricostruzione operata dai giudici di merito, rigettando integralmente il ricorso e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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