Ricorre oggi l’anniversario della morte di Debora Radano, la studentessa dell’istituto Alberghiero “Paolillo” di Gromola, deceduta a causa di un incidente avvenuto all’uscita da scuola. La giovane stava tornando a casa dopo aver superato l’esame del terzo anno. Purtroppo, però, il suo viaggio in moto con un amico ha preso una svolta tragica quando il mezzo è uscito di strada.
La tragedia
Era il 4 giugno di 18 anni fa. La ragazza venne immediatamente trasportata all’Ospedale di Vallo della Lucania. Le sue condizioni erano gravissime. Nonostante gli sforzi medici, le ferite riportate da Debora si rivelarono fatali. Dopo due settimane di agonia, la giovane studentessa perse la vita: era il 17 giugno 2008.
Una tragedia che ha sconvolto non solo la sua famiglia, ma anche tutti coloro che la conoscevano e che avevano condiviso momenti di gioia con lei. Debora era originaria di Eredita, ma aveva stretto numerosi legami di amicizia a Capaccio, dove frequentava la scuola, e ad Agropoli, dove vivevano alcuni suoi parenti e dove aveva frequentato le scuole medie. In un attimo, la sua vita e quella di coloro che le erano vicini sono cambiate radicalmente.
Il dolore e l’impegno per la sicurezza stradale
Oggi, in occasione dell’anniversario della sua morte, amici e familiari stanno condividendo numerosi messaggi sui social media per ricordare Debora. Tra questi, c’è anche il toccante messaggio della mamma, Teresa. Lei, che da quella tragedia ha iniziato a promuovere numerose iniziative per la sicurezza stradale, si rivolge ogni anno alla figlia perduta.
La lettera della mamma Teresa: “Per me hai sempre sedici anni”
Oggi sono diciotto anni. Diciotto anni da quando mia figlia Debora è salita in cielo. Scriverlo ancora mi fa male. Perché diciotto anni sembrano tanti, eppure per una madre il tempo non cancella niente. Si impara a convivere con l’assenza, ma non ci si abitua mai.
Debora aveva solo sedici anni. Aveva sogni, progetti, desideri. Aveva una vita davanti, quella vita che ogni figlio dovrebbe avere il diritto di vivere.
Per tanti anni ho pensato a tutto ciò che non abbiamo potuto vivere insieme. Mi sono chiesta infinite volte come sarebbe stata oggi, che donna sarebbe diventata, quale strada avrebbe scelto, se si sarebbe innamorata, se mi avrebbe resa nonna. Sono domande che non avranno mai una risposta, e forse è proprio questo uno dei dolori più grandi.
Ma il dolore non vive soltanto nelle grandi domande. Vive nei dettagli. In quelle cose semplici che per gli altri sembrano normali e che per me resteranno per sempre sospese nel tempo.
Aspettavo i suoi diciotto anni. Li aspettavo con il cuore di una mamma che sogna di vedere crescere sua figlia. Immaginavo una festa bellissima. Immaginavo il suo sorriso mentre spegneva le candeline, gli amici intorno a lei, gli abbracci, la felicità nei suoi occhi. Quella festa non c’è mai stata. Quella torta non è mai stata preparata. Quella candelina non è mai stata accesa e non è mai stata spenta. E forse è proprio questo che fa più male, non solo ciò che ho perso, ma tutto ciò che non abbiamo mai potuto vivere.
La morte non ha portato via soltanto mia figlia. Ha portato via anche il futuro che ci aspettava. Ha portato via i compleanni, i traguardi, le fotografie che non abbiamo mai scattato, le telefonate che non abbiamo mai fatto, le risate che non abbiamo mai condiviso, i momenti più semplici e più preziosi della vita.
Per molto tempo ho creduto che questo dolore mi avrebbe distrutta. In parte lo ha fatto. Perché una parte di me è rimasta ferma a quel giorno. Ma con gli anni ho capito che l’amore di una madre è più forte persino della morte.
Il dolore è ancora qui. Non è diminuito. Non è passato. È semplicemente diventato parte di me. Ma accanto al dolore è cresciuto qualcosa di altrettanto forte, l’amore. L’amore per i sedici anni che ho avuto il privilegio di vivere con lei, per ogni sorriso che mi ha regalato, per ogni abbraccio, per ogni ricordo che custodisco nel cuore.
E proprio quando pensavo che il dolore fosse tutto ciò che mi era rimasto, dentro di me è cambiato qualcosa. Per anni ho creduto che amare mia figlia significasse soprattutto soffrire per la sua assenza. Poi ho capito che stavo dimenticando una cosa importante. Debora amava la vita. Aveva sedici anni e negli occhi aveva ancora tutti i suoi sogni. E ho sentito con forza che non potevo lasciare che il dolore fosse l’unica eredità del nostro amore. Ho sentito che dovevo tornare a guardare la vita, a sorridere senza sentirmi in colpa, a trovare ancora la bellezza nelle cose semplici, a conservare quello stupore che hanno i bambini davanti alle piccole cose.
Non perché il dolore sia finito. Non perché la mancanza faccia meno male. Ma perché l’amore non può vivere soltanto nelle lacrime. L’amore vive anche nei sorrisi. Vive nella gratitudine. Vive nella capacità di continuare a camminare portando chi abbiamo amato dentro di noi.
L’appello ai giovani: “Abbiate cura di voi”
Ai giovani voglio dire soltanto questo, amate. Amate senza rimandare. Non date per scontato chi vi vuole bene. Abbracciate più forte, perdonate più in fretta, dite più spesso “ti voglio bene”. E abbiate cura di voi.
La vita può cambiare in un istante. E quando una persona non c’è più, ciò che manca di più sono proprio le parole non dette, gli abbracci mancati e il tempo che pensavamo di avere.
Io darei tutto per sentire ancora una volta la voce di mia figlia chiamarmi “mamma”.
Sono passati diciotto anni. Io continuo a invecchiare. Lei no. Ogni anno aggiungo una candela alla mia vita, mentre lei ne ha per sempre sedici.
Per il mondo sono passati diciotto anni. Per una madre no. Per me che sono tua madre tu hai sempre sedici anni.
Ti amo, Debora. Come quel giorno. Più di quel giorno. Per sempre.
