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Coronavirus e ristorazione: intervista a Giovanna Voria di Cicerale

Continuano i nostri appuntamenti con i volti dell’enogastronomia cilentana per parlare di questa situazione surreale che stiamo vivendo. Ecco a voi la nostra intervista a Giovanna Voria dell’agriturismo Corbella di Cicerale.

La Dieta mediterranea è lo stile di vita più invidiato al mondo e noi cilentani siamo fortunati perché è qui che Ancel Keys l’ha “scoperta” e studiata. Giovanna Voria, cilentana Doc, ne è stata e lo è tutt’ora, grande promotrice. Con lei è nata l’immensa promozione legata ai Ceci di Cicerale, strepitoso presidio presente sul nostro territorio. La vita non è facile per gli agriturismi cilentani in termini normali, durante i periodi invernali soprattutto, figuriamoci adesso che stiamo vivendo questa grande emergenza Covid-19. Giovanna ci ha rilasciato una toccante intervista che vi consigliamo di leggere.

Giovanna come stai affrontando questa pandemia?

«Sicuramente c’è tanta paura anche perché è qualcosa che non conosciamo, è tutto molto surreale. Fino ad oggi restavo poco a casa, invece, adesso, ci sto molto di più. Tutti dicono Ci-lento… che siamo lenti. In effetti sto facendo tante cose con un po’ di lentezza come svegliarmi un po’ più tardi la mattina. Sto mettendo a posto la libreria, varie carte, tutte quelle cose che non c’è mai il tempo di fare. Sto iniziando a programmare con la speranza che ripartano le cose con più consapevolezza però. Se dobbiamo ritornare ad essere quei robot che eravamo penso che non ci sia servito a niente questo coronavirus».

Cosa ci insegna questa situazione?

«Noi dobbiamo lavorare per vivere, non lavorare per poi andare al supermercato e comprare cose inutili, quei carrelli di roba assurda per poi andare continuamente in farmacia, dal dietologo o peggio dal medico. Non ci serve tutto questo spreco sia alimentare che nella vita quotidiana. Il boom economico ci ha portato fuoripista e noi che fortunatamente viviamo nel Cilento ci emozioniamo nel guardare un tramonto in un contesto speciale. Dobbiamo recuperare quello che abbiamo perso e reinventarci. Che questo coronavirus ci serva ad essere quello che dobbiamo essere».

Il tuo agriturismo quanto ne sta risentendo di questa situazione?

«Allora, tutto l’inverno io c’ho il problema della strada. Sono 20 anni che combatto per far riaprire la strada principale senza esito positivo. Per me è sempre difficile. Durante i mesi bui sono io che vado a lavorare negli altri locali, nelle scuole, faccio tanti laboratori, vari eventi. E se non facessi questo non potrei mantenere la struttura aperta. Lavorare qualche volta a settimana, durante le festività, non ti permette di mandare avanti una struttura. Poi nell’agriturismo il lavoro è nella terra e quello dura tutto l’anno. Quindi è penalizzata l’azienda agricola perché oltre a potare, altro non abbiamo potuto fare. Mio figlio pensa agli animali e a loro non interessa se è natale, pasqua o c’è il coronavirus: loro vogliono mangiare, ed è anche giusto. Io avevo appena riaperto, sono riuscita a fare due domeniche ed ho dovuto richiudere. E questo non si sa per quanto».

Quale è stata la prima cosa che hai pensato quando hai dovuto chiudere?

«Per me corbella è come se fosse il terzo figlio. L’ho voluta contro tutto e contro tutti. Io ho avuto problemi con qualunque cosa: con la corrente ed usavo un gruppo di continuità, con la strada, l’isolamento e tante altre cose. Io spesso ci parlo con Corbella. Sicuramente penso che quando io non ci sarò più, il posto non avrà una continuità. Spesso le dico di stare tranquilla che fino a quando io potrò, lei continuerà ad esistere. L’altro giorno questo le ho detto: Corbellina mia, questa è l’ennesima prova che la vita ci mette difronte. Io e te ne abbiamo passate di tutti i colori… ne usciremo anche da questa. Entrambe siamo molto positive di carattere, diversamente non avremmo resistito tanto tempo in questo contesto».

Cosa stai cucinando di buono in questi giorni?

«Sto cucinando varie cose che cucinavo solo all’agriturismo. Oggi ho fatto la rapesta che è un broccolo selvatico. Poi essendo contro lo spreco ho fatto una mozzarella in carrozza a modo mio, cotta al forno. Sto facendo polpette alla cilentana, carciofi imbottiti, gli antichi panzerotti con la ricotta e pomodoro. I mille fanti al brodo. E poi il 25, il giorno dell’annunciazione, come tradizione ho fatto i capelli d’angelo con le alici di menaica».

Hai mai pensato di lasciare il Cilento per fare fortuna altrove?

«Io ho rinunciato a tante proposte lavorative allettanti fuori dal Cilento, ma sono voluta restare qui perché amo la mia terra. Tu pensa che mia figlia a Londra mi dice continuamente di aprire lì un ristorante ma io non cedo. C’ho sempre creduto in questo posto. Perdiamo tanto stando qui ma viviamo esperienze bellissime che solo il Cilento ti regala. Alla fine a noi tante cose non servono e qui ho tutto quello che mi serve».

Che Cilento riesci ad immaginare una volta che sarà finito tutto questo?

«Speravo in un Cilento che ci fosse più aggregazione e meno critiche. Qui ci sono troppi “IO” sul piedistallo. Poi ho pensato che tante cose si sarebbero risolte. Oggi penso che con questa guerra – perché per me è la terza guerra mondiale, sono cambiate solo le armi – il Cilento si può salvare solo grazie a questa lentezza e questo legame che è rimasto. Se prima siamo stati criticati, oggi penso che tutto questo possa essere una risorsa. La forza che ci manca per farci diventare un’unica cosa, un’unica storia. È vero che ogni paese ha la sua tradizione ma di base apparteniamo tutti allo stesso territorio. Io faccio tanti corsi sulla Dieta Mediterranea e dico sempre: è vero, è nata a Pioppi, ma è di tutti noi».

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