Il 7 settembre del 1943 il sommergibile Velella si inabissava nelle acque del Cilento, portando con sé un equipaggio di 52 giovani marinai.
L’episodio si consumò in un momento storico cruciale: mentre il Paese festeggiava la caduta del regime fascista e si illudeva di scorgere la fine della seconda guerra mondiale grazie all’armistizio stipulato con le forze alleate e proclamato dal generale Badoglio, il clima generale rimaneva segnato da incertezza e drammatici interrogativi. La complessa gestione della crisi da parte delle massime cariche dello Stato contribuì a creare il contesto operativo in cui si consumò il dramma del battello italiano.
La dinamica dell’attacco a Punta Licosa
Il sottomarino era salpato dal porto di Napoli nel primo pomeriggio del 7 settembre 1943 con l’obiettivo di contrastare le operazioni di sbarco alleate nel golfo a sud di Salerno. Durante la navigazione nei pressi dell’isola di Licosa, nel comune di Castellabate, l’unità fu intercettata dal sottomarino britannico HMS Shakespeare, che stazionava in quel tratto di mare, e fu raggiunta da due siluri.
Colpito a morte, il Velella precipitò sul fondo trasformandosi nella sepoltura del suo equipaggio. I marinai restarono ai propri posti di combattimento mentre il battello si inabissava, senza alcuna possibilità di soccorso o di manovra per risalire in superficie.
Il dolore delle famiglie e il segreto strategico
Il bilancio umano della tragedia lasciò un segno profondo tra i familiari dei caduti. L’armistizio, siglato segretamente pochi giorni prima per motivi politico-strategici, non aveva ancora fermato le operazioni belliche della marina italiana. Madri e spose attesero invano il rientro degli uomini, mentre il bilancio delle operazioni della campagna d’Italia si arricchiva di un ulteriore episodio di sangue.
Nello specchio d’acqua che fu teatro di passaggi decisivi per il conflitto regna oggi il silenzio dei fondali, a ricordo delle azioni compiute dai 52 membri dell’equipaggio, già reduci da numerose missioni nel mar Mediterraneo e nell’oceano Atlantico.
La custodia del relitto nei fondali del Cilento
Il relitto del sommergibile giace tuttora sul fondale nel punto esatto dell’affondamento, dove si presuppone siano conservati i resti di parte dell’equipaggio. Nel corso degli anni si sono susseguite ipotesi circa un eventuale recupero della struttura per restituire una sepoltura a terra ai caduti.
Tale prospettiva si scontra tuttavia con le consuetudini e i codici di condotta navali adottati a livello internazionale. Le norme marittime considerano infatti il mare come la dimora definitiva per quanti vi hanno perso la vita in servizio, assimilando i relitti bellici a veri e propri cimiteri militari subacquei.
