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Attualità

Campora, un film riapre il caso di don Feola il prete ucciso dal brigante Tardio

“Padre Giuseppe Feola deve morire”

Di: Comunicato Stampa
Pubblicato il: 10/10/2016
Aggiornato il: 10/10/2016
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Panorama Campora

“Padre Giuseppe Feola deve morire”

CAMPORA. L’omicidio in pubblico di 150 anni fa del monaco Feola sta per diventare un film. E il caso è destinato a riaprirsi. Perché una parte del paese volle quell’uccisione. “Tu devi morire perché quest’ordine mi è venuto da Roma”, Tardio così motivò la sua volontà di fucilare padre Feola. Poco prima gli aveva chiesto una cifra enorme, duemila ducati, poi di inneggiare a Francesco II di Borbone, per aver salva la vita. Il cappuccino resiste sprezzante del pericolo di rimetterci la pelle. Tardio getta la maschera e ammette dice che Feola doveva morire per forza. Punito per il libro scritto contro il potere temporale della Chiesa? Campora, 3 giugno 1863. Era di mercoledì. Il religioso i briganti vanno a prenderlo nella sua casa e in piazza improvvisano una sorta di processo popolare. Sono tranquilli, sanno di controllare tutta l’Alta Valle del Calore, il Cervati allora era come il Supramonte. Per un’intera giornata hanno scorrazzato per il paese dove risiedono i migliori tiratori di fucile della zona. Comanda davvero, Tardio l’avvocato. E’ stato liberale, per motivi politici si è fatto anche un anno di carcere sotto i Borboni, con l’Unità d’Italia fa domanda come ispettore di polizia e quando, nel 1862 lo accettano, lui è già capobrigante sui suoi monti. Vendette di paese lo avevano travolto e convinto a passare dalla parte opposta. Ha 29 anni, è giovane è irruente. Vito Antonio Feola è un cattolico liberale e popolare. E’ solo, non ha mai messo nel conto di doversi difendere con le armi. Una bella figura. Un cappuccino. Un vero filantropo illuminato: aprì la prima scuola pubblica del Cilento e la società di mutuo soccorso. Coltissimo: traduceva dal latino e dal greco senza l’uso di vocabolari e la Divina Commedia la conosceva a memoria. Un grandissimo oratore: le sue prediche erano impregnate di profonda fede religiosa e di patriottismo. Controcorrente: da prete aveva scritto un libro contro il potere temporale del Papa. Aveva da poco compiuto i cinquant’anni quando finì ucciso nel cuore del suo paese. E chi venne ad ammazzarlo, il brigante Tardio di Piaggine, fu chiamato da cittadini di Campora e molti di loro continuarono a seguirlo. “Uomini bruti, io vi maledico fino alla settima generazione”, così padre Giuseppe, il suo nome da frate, secondo la versione ancora oggi tramandata a Campora, lo gridò proprio ai suoi compaesani che vedendolo barcollare gravemente ferito dalle pallottole di Giuseppe Tardio ne pretesero la morte immediata. L’avvocato brigante inferse un’ultima e decisiva sciabolata, facendosi forte del sostegno locale. Quella giornata sembrava cominciata sotto un altro segno. Da una cronaca locale: “I briganti avevano fasce rosse ai cappelli e molti cittadini erano andati loro incontro. La sera dell´invasione – come sostenne il giudice Guerriero al processo – , Carlo Veltri e Andrea Perriello andarono incontro alla banda per la strada di Santa Maria e si abbracciarono e si baciarono “in segno di antica amnistia e di vecchia conoscenza”. La banda di Tardio era composta da 33 persone, fu accolta trionfalmente e l´indomani mattina, eccitati dall’eccidio di Feola, conquistati dal fascino brigantesco e antiunitario, circa quaranta cittadini la seguirono”. La maledizione di padre Feola non porterà bene al piccolo esercito dei briganti chiainari: fin dal giorno dopo, a Magliano nuovo, cominciano la serie degli insuccessi che si concludono con la completa disfatta. Ferita ancora aperta, questa dell’uccisione di Vito Antonio Feola, nel piccolo ma delizioso paese, più dell’Alto Cilento che della Valle del Calore. Eppure di tempo ne è passato da quel mercoledì 3 giugno del 1863. Quella maledizione tiene sempre banco. “Sono sei generazioni, manca ancora la settima”, spiega Turibbio Feola, il pronipote che ancora oggi custodisce la stanzetta dell’antenato. Campora è “covo di bruti più chè uomini” ci va subito giù il procuratore generale del re presso la Corte di Appello di Napoli durante” durante il processo per quei fatti. Tutta la storia ora si appresta a diventare un film grazie al regista toscano Massimo Smuraglia che di questa strana storia se n’è innamorato grazie ai racconti di un suo vicino di casa, il medico Angelo Galzerano, carattere scoppiettante e natali a Campora. Smuraglia, che dirige la scuola di cinema di Prato intitolata ad Anna Magnani, è anche un appassionato studioso del contributo che il cinema italiano ha fornito nella rappresentazione del Risorgimento. Fin dai tempi del cinema muto. Per giungere a Blasetti e Visconti. Smuraglia fa sul serio con le riprese fissate già dal 21 luglio al 5 agosto, la sceneggiatura già scritta e basata su 43 scene. “Ho bisogno ancora di attori, mandate i vostri curriculum a info@scuoladicinema.org, con una foto e un curriculum”. In paese sono in molti a darsi da fare per trovare i soldi necessari per coprire almeno le spese. Un finanziamento è arrivato già dalla provincia tramite l’assessore Marcello Feola, 2000 euro. Angelo Rizzo, presidente della comunità montana, si è dato anche lui da fare. Parenti di padre Feola? “Che c’entra – dice Rizzo – gli esperti parlano di historical reenactment e living history come strumenti privilegiato per il lancio turistico di paesi dimenticati e devastati dallo spopolamento e c’è chi si attarda ancora su questo? E se qualche altro mio parente probabilmente fu dall’altra parte. E allora?”. E torniamo a padre Feola. Padre Giuseppe Feola, al secolo Vito Antonio, nacque a Campora il 23 maggio 1813. Fu allievo del Vicario Foraneo di Gioi e di Don Saverio Guida di Stio che ne apprezzarono le eccellenti doti intellettuali e religiose e lo spronarono a proseguire gli studi. Devotissimo di San Francesco d’Assisi, ne studiò le opere che lo corroborarono nella fede e gli aprirono le porte dell´ordine cappuccino, di cui indossò il saio. Si distinse nella dedizione totale al servizio dei poveri che necessitavano di aiuto materiale e spirituale. E di imparare a scrivere e a leggere. Le ricerche storiografiche non hanno ancora risolto il dilemma sul nome del potente personaggio locale che è vero e occulto mandante dell’omicidio. Non è escluso che questo poteva rappresentare il movente. La storia la fanno sì i vincitori, ma è pur sempre vero che quella stessa storia può essere riscritta. Attraverso lo studio e la passione per la propria terra, appunto. E con un ciak dato dal direttore artistico di una scuola di cinema intitolata alla Magnani.

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