Medicina: il chirurgo che progetta il trapianto di testa

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Quando il corpo tradisce definitivamente un cervello che vuole ancora vivere, la resa della scienza è inevitabile. Ma nel mondo della ricerca italiana c’è chi da circa 30 anni studia per sconfiggere questa certezza. Sergio Canavero, neurochirurgo di Torino, si dice certo di poter portare a compimento quel miracoloso intervento già tentato sulle scimmie negli anni ‘70: separare una testa sana da un corpo malato per impiantarla su un altro corpo, regalandole una nuova vita. L’idea più clamorosa della storia della medicina, lanciata ufficialmente un anno fa e ribadita in questi giorni, avrebbe bisogno di appena due anni per essere perfezionata, dopodiché potrà essere sperimentata.

Canavero ha già in mente tutte le fasi dell’intervento, che durerebbe 36 ore: all’inizio dell’operazione si utilizzerà una lama nanoingegnerizzata per tagliare la testa del paziente malato e quella del donatore cerebralmente morto, entrambe portate in ipotermia. Successivamente si avrà la fase cruciale e più delicata: la riconnessione del midollo, con la quale si congiungerà la testa del beneficiario con il corpo del donatore. In un ulteriore momento bisognerà collegare gli assoni del fascio piramidale, che consentono al cervello di ‘comunicare’ con il corpo, dando a questo tutti gli impulsi del caso: sarebbe sufficiente riconnettere il 10% delle fibre del fascio perché il tutto funzioni nuovamente. Alla base dell’intera manovra risiederebbe la PEG (glicole polietilenico), che come una ‘colla biologica’ permetterà la fusione delle cellule e degli assoni di testa e corpo. Terminato l’intervento, il paziente rimarrà sedato per almeno 2 settimane, alla fine delle quali dovrebbe poter muoversi, parlare, vivere. Nel frattempo, almeno secondo le previsioni del medico, avrà sperimentato un’autentica esperienza pre-morte, sopravvivendovi.

La comunità scientifica internazionale ha accolto gli studi sul trapianto con scetticismo e gelo, notando come allo stato attuale le lesioni del midollo siano ancora un problema insormontabile. Dopo un iniziale interesse, la prestigiosa rivista specialistica Frontiers in Neurology si è rifiutata di pubblicare un articolo in cui Canavero espone la sua tesi. Ma il medico torinese è sempre più entusiasta, e parla di una probabilità di successo del 95%, raccogliendo da tutto il mondo l’adesione di decine di professionisti pronti a collaborare. Il soggetto naturale dell’intervento è il paraplegico, costretto a convivere con un corpo sordo. Ma l’applicazione del metodo potrà interessare anche altre categorie di soggetti, a cominciare dai malati terminali. In una recente intervista a Panorama, Canavero parla del trapianto di testa come una futura soluzione al transessualismo, ovvero la discordanza fra sesso fisico e psichico, ma si dice anche propenso ad assecondare richieste più blande: il classico miliardario morente, desideroso di nuova linfa vitale, potrebbe trovare nella medicina postmoderna un nuovo strumento per ritardare i conti con la fine. E aprire l’ennesimo dilemma sul rapporto fra la scienza e la morale, fra l’uomo onnipotente e il suo destino.

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