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L’opinione: la frammentazione del territorio causa di arretratezza

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Nel novembre 2014, con l’articolo “Un cambiamento possibile: la fusione di comuni”, descrissi l’opportunità offerta dalla Fusione e auspicai la nascita, sul nostro territorio di iniziative, finalizzate a promuovere, quanto meno, la discussione dell’argomento. Nulla è successo, una voce nel deserto.

L’opinione: la frammentazione del territorio causa di arretratezza

Nel novembre 2014, con l’articolo Un cambiamento possibile: la fusione di comuni, descrissi l’opportunità offerta dalla Fusione e auspicai la nascita, sul nostro territorio di iniziative, finalizzate a promuovere, quanto meno, la discussione dell’argomento. Nulla è successo, una voce nel deserto.


Oggi non deve passare inosservata la notizia che il 1° gennaio del prossimo anno saranno istituiti 20 nuovi Comuni frutto della fusione di 57. In due anni, dal 1° gennaio 2014 al 1° gennaio 2016, si saranno fusi, in totale, 130 Comuni creandone 50 nuovi; con la corrispondente diminuzione dei Comuni italiani di 80 unità.
Nella Fusione dei Comuni molti politici ed amministratori hanno visto la possibilità di affrontare positivamente la crisi generale e la crescente difficoltà degli enti locali. Si tratta di una possibile e concreta riforma strutturale che parte dai territori, peraltro finanziata ed agevolata in varie forme. I comuni frutto della Fusione saranno più efficienti, potranno erogare maggiori servizi ai cittadini, aumenterà la loro capacità di stimolare lo sviluppo territoriale, saranno interlocutori più “pesanti” per la Regione ed il Governo. È opinione diffusa che comuni piccoli non possano assolvere adeguatamente ai loro compiti, lo testimonia anche il Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali che recita: “Salvo i casi di fusione tra più comuni, non possono essere istituiti nuovi comuni con popolazione inferiore ai 10.000 abitanti”. Insomma il numero di 10.000 abitanti è indicato come soglia minima. Viceversa l’Italia è estremamente frammentata; in particolare i 158 Comuni della provincia di Salerno hanno, in media, meno di 7000 abitanti e, addirittura, i comuni cilentani ne hanno, in media, meno di 3000! Un comune con poche migliaia di abitanti, tanto più se circondato, come è frequente osservare, da altri di dimensione analoga non può assicurare ai propri cittadini servizi adeguati e alcuna prospettiva di sviluppo.
Allora che le Fusioni siano discusse ed attuate solo nel Centro-nord del Paese non può essere frutto di una “distrazione”. È la qualità della classe politica meridionale che, pur in un panorama nazionale non esaltante, riesce a distinguersi per la sua colpevole inadeguatezza. Essa, infatti, gestisce le istituzioni locali in modo “estrattivo” ossia finalizzato ad estrarre rendite e consenso a proprio favore.
È evidente che cogliere questa opportunità non è semplice, non sono sufficienti delibere, proclami o, tantomeno, chiacchiere fra amici. Occorre avviare convintamente un processo di informazione e coinvolgimento della cittadinanza; un’attività che è soprattutto culturale.
È grave che il Meridione, che più di altri dovrebbe profittare delle opportunità che si offrono, non le colga a causa della classe politica che noi meridionali abbiamo scelto. Cosa bisogna pensare, che solo una futura imposizione del Governo, “dall’alto”, possa superare questo immobilismo? Accumuleremo altro ritardo e né perderemmo anche in dignità!

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