Attualita'

Turisti stranieri sulle vette del Cilento


I bambini del bosco hanno quarant´anni. Ne avevano 25 nell´agosto della prima follia. Sta finendo per loro un´altra estate da eremiti nel bosco del Cervati, il monte più alto della Campania, a 1899 metri. Severa, scura nel verde cupo degli ontani. Li riporta quassù la nostalgia. «Per noi questa montagna è stata tutto: il gioco e la paura», ci venivano da ragazzi con le fionde, a piedi e sulle jeep dei forestali, tornano con i loro Suv, sono piccoli imprenditori, Giovanni Calabria è di Villa Littorio, fa lavori di carpenteria e tira su case, Franco Marino di Piaggine tratta mattoni e pietre, Giuseppe Foresta, un omone con la coda di cavallo, monta impianti di alluminio a Ravenna. «Avevo tre anni quando fui portato via da mio padre, salì in Romagna a fare il bidello, ma la mia terra è questa, e ci torno, parlo ancora il dialetto del Cilento». Grand Hotel Faggio 24. Alberi infiniti, ma i più grandi sono numerati. Da 15 anni, ogni estate si fermano per due settimane qui, a quota 1472. Il faggio che li aspetta ha i rami più lunghi: sei, sette metri. Si apre ad ombrello. Li protegge dalla pioggia e dal sole. C´è uno slargo, ed ecco snelli, eleganti cavalli bradi che passano. Più giù si sentono i campanacci delle mucche podoliche. Danno poco latte ma di gran pregio. È una vacanza estrema, nel Parco del Cilento. Dove i nomi sono dolci come le favole. Valle dell´Angelo è il paese più vicino, rischia di sparire. Uno dei due più piccoli in Campania: 406 abitanti ufficiali, in realtà 197. L´ultimo bambino è nato tre o quattro anni fa. La scuola elementare è chiusa, mancano alunni, ci sono solo vecchi, molti hanno 90, anche 100 anni. Si chiama "Acquachesuona", lo slargo dei tre eremiti, perché c´è una sorgente di acqua gelida e purissima con una vasca per gli animali che passano. Sono accampati qui i tre. Correggono loro: «Noi mettiamo le tende in paradiso. Per 15 giorni, niente telefonini e orologi». Contano le albe. «Portiamo una tenda. Ma non ci dormiamo mai sotto. Solo la notte di Ferragosto, c´era vento. E la notte dopo, era freddo». Hanno brande e materassi sotto il faggio 24. «Questa vacanza è dura ma bella se la notte si riposa bene. Io mi addormento contando le stelle», dice uno di loro. «Portiamo un quintale di vino quassù, ma ne offriamo anche a chi viene a trovarci di qua». Portano un gruppo elettrogeno, ma è il fuoco che dà luce di notte. Pane, angurie, formaggi, prosciutto, pasta, carne che conservano ravvolta in una busta nella vasca di acqua gelida, il loro freezer. «Un giorno chiameranno anche noi all´Isola dei Famosi». Non c´è gas, niente che possa inquinare. Lavorano molto. «Il primo giorno si monta la tenda e si cerca legna. Piccoli tronchi per tavoli e sedie. E brace. Poi, il tubo che prende l´acqua dalla sorgente. Per lavello e doccia». Il televisore prende tutti i canali. Carte: tressette, briscola, scopa. Quest´anno c´è anche Pietro, figlio di Giovanni, ha 9 anni. La montagna lo ha già rapito. Vive dentro le favole che i suoi piccoli amici leggono o sognano. Dà il nome ai cavalli e li chiama. Hanno occhi teneri, i cavalli, quando guardano Pietro. Che conosce anche le volpi, ma la sera si spara un razzo per allontanarle. Gli scoiattoli. Che afferrano le noccioline e sputano le bucce. È uno dei giochi del tramonto per Pietro. Prima che si sentano gufi e civette. Le albe sono segnate dal passaggio degli uccelli, svetta nei cieli il nibbio reale. Da Valle dell´Angelo sono saliti Peppino D´Amico e Angelo Coccaro, detto Alì, lo chiamano così gli olandesi. È un filone di turismo che Peppino e Alì coltivano. Andarono tanti in Olanda, Germania e Inghilterra tempo fa, d´estate tornavano con i nuovi amici. Olandesi, tedeschi, inglesi. Arrivano ora figli, «l´Italia per loro è questo bosco». Non c´è albergo, ma i turisti trovano posto nelle case di chi non c´è più. Case restaurate: solo i bagni rifatti, poi tutto come prima. La più bella era di Anna, l´ultima lattaia. Pende dalle travi il suo secchio lucido, alla porta il cappellaccio e il pastrano. Un piccolo museo. Per non cancellare la memoria di un paese che lentamente se ne va. Bella idea di Alì e Peppino. Agli stranieri piace. «Il turismo è possibile qui, è la mia idea fissa». Se ne parla sullo slargo di Acquachesuona. E i lupi? La domanda li scuote. Il bosco non è solo favola. Ha incubi sottili. Dicono di averli visti. Dicono. Ma ci sono davvero? Peppino D´Amico lascia un dubbio, con il suo racconto. Fotografa le impronte. Le tracce dei cinghiali sono evidenti: una scia nera che solleva le zolle. I lupi no, quelle sono nitide nella neve e sul prato. Lui le ristampa sul faggio o sull´ontano più vicino, un segnale rosso e bianco per ricostruire così il sentiero dei lupi. Ma ci sono? Si insiste, e l´orgoglio di Alì devia la domanda verso una leggenda. Quella dell´ultimo luparo. Carmelo Nigro, "Zio Carmelo il luparo", è morto a 102 anni poco tempo fa. Mingherlino, agile, lo sguardo tagliente. «Si faceva portare da vecchio nel bosco, nella zona di Mercuri, dove sono le tane dei lupi. Lui le conosceva». Zio Carmelo vi ha costruito una vita. Catturava un lupetto e lo mostrava in giro. Passava da contadini e pastori. «Ne ho preso un altro», si vantava. «Iddio vi benedica, Zio Carmelo, grazie». Lo ripagavano con olio, formaggio, uova. A volte esibiva la pelle dei lupi, uccisi da chissà chi. Altre benedizioni, altro formaggio. Oggi a Valle dell´Angelo pensano che Zio Carmelo non abbia mai ucciso un solo lupo. Li conosceva e li amava. Eliminandoli, sarebbero finiti anche i regali. Li ha lasciati vivere, e sul terrore del lupi viveva anche l´ultimo luparo. La cima del Cervati è ancora più scura. Quasi sera. Alì e Peppino aiutano i tre ragazzi del bosco. Smontano la tenda, caricano i materassi, lanciano sullo slargo gli avanzi: pane raffermo, limoni, angurie, un po´ di carne e formaggio. «Saranno felici le volpi». Nel bosco c´è cibo per tutti. Il primo pasto è delle pecore, prendono il meglio. Le mucche abbastanza. I cavalli tutto, persino i rami. I cighiali la farla, un fiore che spunta dal tronco dei faggi. Franco, Giuseppe, Giovanni con il figlio Pietro sono pronti. Rassegnati. I fuoristrada hanno il motore acceso. «Dimenticavo l´amaca, me l´hanno regalata, non l´ho piazzata, non ho avuto un attimo di tempo libero», sorride Franco Marino, sempre indaffarato. Non si accorge del paradosso. Portano via tutto e forse niente. Lasciano qui la loro vita, i ragazzi del bosco. Da quindici anni tornano ogni estate. A riprenderla. Antonio Corbo

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