Liborio Bonifacio era un veterinario di Agropoli presto salito alla ribalta per il suo siero antitumorale, ma ben presto presto cadde nel dimenticatoio, e certo hanno contribuito a ciò anche le amministrazioni locali. Bonifacio, negli anni '50, durante l'espletamento della sua professione, fu stupito nell'osservare di non aver mai riscontrato forme neoplastiche nei caprini che quotidianamente venivano macellati, a differenza di quanto accadeva nelle altre specie animali, quali suini, ovini, bovini, ed altri. "Che questa specie sia refrattaria ai tumori? E se è così, perché non cercare di trasferire questa loro tipica immunità o immunoresistenza nell'uomo?".
Ma il problema, per Bonifacio, era da dove estrarre quella sostanza in grado di trasferire l'immunità della capra all'uomo. Indubbiamente doveva essere cercata a livello di un sistema o apparato che coinvolgesse tutto l'organismo dell'animale, non sapendo egli stesso quale fosse la causa di quella immunità naturale o acquisita. Dopo giorni, mesi, di prove e riprove su cavie ed altri animali da esperimento (Bonifacio si era creato un vero e proprio laboratorio), decise di estrarlo dalle feci, all'interno dell'intestino dell'animale macellato. Questa fu l'intuizione e così nacque quello che poi venne definito impropriamente siero Bonifacio. Tantissimi malati di tumore accorsero ad Agropoli per essere curati con il siero. Il Ministro della Sanità, Camillo Ripamonti, il 31 luglio 1969, decise di aprire il "caso Bonifacio", affidando l'esame preliminare sui fondamenti scientifici del metodo di cura al Prof. Valdoni, per poi eventualmente sperimentare il preparato negli Istituti Nazionali per il Cancro di Milano, Napoli e Roma, nonché presso l'Istituto di Oncologia dell'Ospedale Maggiore S. Giovanni Battista di Torino. A settembre Bonifacio consegnò il prodotto all'Istituto Superiore di Sanità, per le prove batteriologiche e di tossicità. Improvvisamente il voltafaccia: i direttori dei quattro centri tumori si riunirono e decisero di ridurre gli esperimenti ad un solo Istituto, quello di Roma, mentre il prof. Valdoni veniva totalmente estromesso dalla questione, ed il Ministro emanava il seguente decreto: "Per la vasta risonanza suscitata nella pubblica opinione dalle notizie, largamente diffuse dalla stampa d'informazione, concernenti le asserite proprietà antitumorali di un prodotto biologico di provenienza animale, preparato dal veterinario dottor Liborio Bonifacio. Visto l'esito favorevole delle indagini espletate dall'Istituto Superiore di Sanità in merito alla innocuità e sterilità del prodotto e tenendo presente l'opportunità di promuovere una approfondita sperimentazione del prodotto anche sul piano clinico, allo scopo di acquistare ogni più utile elemento di giudizio:
Il Ministro emana il seguente decreto composto di quattro articoli.
Articolo 1: è istituita una commissione con l'incarico di condurre, presso l'Istituto Regina Elena per la cura e lo studio dei tumori in Roma, uno studio clinico sperimentale su degenti opportunamente selezionati, allo scopo di vagliare gli effetti terapeutici del preparato in narrativa.
Articolo 2: La Commissione è composta come appresso: On.le Prof. Pietro Bucalossi, direttore dell'Istituto Nazionale per lo studio e la cura dei tumori di Milano, presidente; Prof. Antonio Caputo, direttore dell'Istituto Regina Elena per la cura e lo studio dei tumori di Roma, componente; Prof. Giovanni d'Errico, direttore della Fondazione Senatore Pascale, Istituto per lo studio e la cura dei tumori di Napoli, componente; Prof. Giovanni Battista Marini Bettolo Marconi, direttore generale dell'Istituto Superiore di Sanità, componente; Prof. Luigi Nuzzolillo, direttore generale dei servizi di medicina sociale presso il Ministero della Sanità, componente. Le funzioni di segreteria sono svolte dai signori: Dott. Gaetano Di Stefano, ispettore generale medico e direttore della divisione per la lotta contro i tumori, in servizio presso la direzione generale dei servizi di medicina sociale del Ministero della Sanità; Dottor Alfonso D'Abbiero; medico provinciale capo, in servizio presso la direzione generale dei servizi di medicina sociale del Ministero della Sanità.
Articolo 3: La Commissione di cui innanzi, nell'espletamento del proprio mandato, si avvarrà dei presidi strumentali esistenti presso l'Istituto Regina Elena per lo studio e la cura dei tumori di Roma, nonché del personale medico e tecnico ivi in servizio, integrato, eventualmente, da quello in servizio presso gli Istituti di Milano e di Napoli.
Articolo 4: Entro il termine tassativo di mesi sei, la Commissione assegnerà al Ministro della Sanità una dettagliata relazione, concernente le modalità seguite nella sperimentazione ed i risultati conseguiti. Il Ministro della Sanità trasmetterà poi detta relazione al Presidente del Consiglio Superiore di Sanità che, prima di riferirgli in merito, è invitato a sentire il parere del predetto consesso."
Così, tra le proteste generali, ebbe inizio quella che fu da tutti definita la "sperimentazione burla" del siero. Infatti, il 29 maggio 1970, dopo appena 16 giorni di sperimentazioni cliniche e su soli otto pazienti, la Commissione Bucalossi assegnava al Ministro il vile verdetto: "L'anticancro Bonifacio è dichiarato inefficace. Non cura i tumori e non ha alcuna azione sulla loro sintomatologia". Perché tanta fretta a chiudere la sperimentazione dopo appena 16 giorni e non dopo i sei mesi previsti dal decreto ministeriale? Perché su soli otto pazienti e tutti in fase preagonica? Bonifacio si pose tutti questi interrogativi e con lui migliaia di persone. Forse perché i componenti della Commissione Bucalossi temevano di vedere sempre più svuotati i loro mega-Istituti? Forse perché le case farmaceutiche temevano di non vendere molte delle loro specialità medicinali inutili e dannose? Forse perché proprio in quel periodo cominciava a nascere quella holding dei chemioterapici antiblastici che coinvolgeva le multinazionali farmaceutiche e i direttori dei centri tumori? Forse perché altre nazioni cominciavano ad interessarsi del problema? Bisognava assolutamente chiudere il caso Bonifacio, presto e definitivamente. Lo stesso Bonifacio, sdegnato, si ritirò ad Agropoli, cercando di dimenticare tutta la vicenda, che gli aveva solo procurato un'infinità di amarezze e delusioni. Oggi il siero Bonifacio torna d'attualità. Un giornalista, Stefano Lorenzetto de "Il Giornale" sta promuovendo l'utilizzo di un farmaco che deriva proprio dal siero Bonifacio. «L'aloe è un antinfiammatorio intestinale. Di qui a battere i tumori ce ne corre». Padre Vittorio Baroni, morto a Siena nel 1990, trattava il cancro con la «fitoradiestesica». «E i risultati? Dove sono i risultati?». Giuseppe Zora e Anna Tarantino, un oncologo e una biologa dell'Università di Messina, visto che il ministero vietava la distribuzione del loro farmaco, l'Imb, lo distribuivano in territorio vaticano approfittando dell'extraterritorialità. «È un immunomodulante derivato dal siero Bonifacio. Conobbi Liborio Bonifacio ad Agropoli. Mi diede il suo ritrovato ottenuto dalle capre. Lo testai in laboratorio su mille topi. Risultati: zero. Io non so dirvi se la sinterapia Imperato funzioni. Resto in fiduciosa attesa di notizie da medici e malati. Se non dovesse funzionare in nessun caso, lo scriverò. È una promessa. Ma se salvasse anche una sola vita, avrei avuto la mia ricompensa». stefano.lorenzetto@ilgiornale.it



