"Un barcone di 80 eritrei in fuga dalla guerra, dalla violenza e dalla povertà, per venti giorni ha chiesto invano soccorso. Solo cinque sono sopravvissuti. E' un invito, in questo torrido agosto, a riflettere sui grandi temi della solidarietà, del sacrosanto diritto alla vita, della dignità della persona, dell'appartenenza all'unica famiglia umana dove tutti dovrebbero avere gli stessi diritti e le stesse possibilità", sono queste le parole di Cristoforo Cappetta, docente di religione che invita quindi alla riflessione su quanto successo, una vera tragedia che non dovrebbe passare inosservata.
Di seguito, pubblichiamo un articolo che fotografa e fa un'analisi attenta di quanto accaduto nel Canale di Sicilia. Si tratta di un editoriale pubblicato su "L'Avvenire" firmato da Marina Corradi e che, come afferma il professore Cappetta, "non ha bisogno di ulteriori commenti".
Sono arrivati in cinque. Erano ischeletriti, cotti dal sole
che martella, in agosto, sul canale di Sicilia. Ma il barcone,
era grande: ce ne stipano ottanta, i trafficanti in Libia, di
migranti, su barche così. Affastellati uno sullaltro come
bidoni, schiena a schiena, gli ultimi seduti sui bordi, i piedi che
penzolano sullacqua. E dunque quel barcone vuoto, con cinque
naufraghi appena, è stato il segno della tragedia. Laggiù a 12
miglia da Lampedusa, ai margini estremi dellEuropa, un
relitto di fantasmi.
Cinque vivi e forse più di settanta morti, in venti giorni di
peregrinazione cieca nel Mediterraneo. Decine e decine di
eritrei inabissati come una povera zavorra di ossa in fondo a
quello stesso mare in cui a Ferragosto incrociano navi da
crociera, traghetti, e gli yacht dei ricchi. È questo il dato che
raggela ancor più. Perché in venti giorni, nelle acque della
Libia e di Malta, e in mare aperto, qualcuno avrà pure incrociato, o
almeno intravisto da lontano quel barcone; ma lo ha lasciato andare
al suo destino. Solo da un peschereccio, hanno detto i superstiti, ci
hanno dato da bere. Come dentro a una spietata routine:
eccone degli altri. E non ci si avvicina. Non si devia dalla rotta
tracciata, per un pugno di miserabili in alto mare.
Noi non sappiamo immaginare davvero. Come sia immenso il mare
visto da un guscio alla deriva; come sia spaventoso e nero, la
notte, senza una luce. Come picchi il sole come un fabbro sulle
teste; come devasti la sete, come scarnifichino la pelle le
ustioni. Noi del mondo giusto, che su quelle stesse acque
dagosto ci abbronziamo, non sappiamo quale spaventevole
nemico siano le onde, quando il motore è fermo, e lorizzonte
una linea vuota e infinita. Non possiamo sapere cosa sia assistere
allagonia degli altri, impotenti, e gettarli in acqua appena
dopo lultimo respiro. 'Altri' che sono magari tuo marito o tuo
figlio. Ma bisogna liberarsene, senza tempo per piangere. Perché
quel sole tormenta e disfa anche i morti; e i vivi, vogliono
vivere.
Noi non sappiamo comè il Mediterraneo visto da un manipolo
di poveri cristi eritrei, fuggiti dalla guerra, sfruttati dai
trafficanti, messi in mare con un po di carburante e vaghe
indicazioni di una rotta. Ma cè almeno un equivoco in cui
non è ammissibile cadere. Nessuna politica di controllo della
immigrazione consente a una comunità internazionale di
lasciare una barca carica di naufraghi al suo destino. Esiste una
legge del mare, e ben più antica di quella pure codificata dai
trattati. E questa legge ordina: in mare si soccorre. Poi, a
terra, opereranno altre leggi: diritto dasilo,
accoglienza, respingimento. Poi. Ma le vite, si salvano.
E invece quel barcone vuoto non il primo arrivato come un
relitto di morte alla soglia delle nostre acque dice del
farsi avanti, tra le coste africane e Malta, di unaltra
legge. Non fermarsi, tirar dritto. (Pensate su quella barca, se
avvistavano una nave, che sbracciamenti, che speranza. E che
piombo nel cuore, nel vederla allontanarsi allorizzonte).
La nuova legge del non vedere. Come in unabitudine, in
unassuefazione. Quando, oggi, leggiamo delle deportazioni
degli ebrei sotto il nazismo, ci chiediamo: certo, le
popolazioni non sapevano; ma quei convogli piombati, le voci, le
grida, nelle stazioni di transito nessuno li vedeva e sentiva? Allora
erano il totalitarismo e il terrore, a far chiudere gli occhi.
Oggi no. Una quieta, rassegnata indifferenza, se non anche una
infastidita avversione, sul Mediterraneo. LOccidente a
occhi chiusi. Cinque naufraghi sono arrivati a dirci di figli e
mariti morti di sete dopo giorni di agonia. Nello stesso mare
delle nostre vacanze. Una tomba in fondo al nostro lieto mare. E
una legge antica violata, che minaccia le stesse nostre radici.
Le fondamenta. L idea di cosè un uomo, e di quanto
infinitamente vale.



