Dare dello "squalo" non è reato: l'espressione, seppur colorita e associata ad un comportamento spregiudicato e aggressivo, non è da considerarsi offensiva. Lo sottolinea la Cassazione che ha annullato la condanna per diffamazione della Corte di Appello di Roma nei confronti di un giornalista televisivo che in una inchiesta aveva utilizzato la metafora incriminata per descrivere alcuni immobiliaristi del Cilento. Nel novembre del '97, durante una trasmissione dedicata all'ambiente marino e alle coste italiane, il cronista mostrò un complesso edilizio di Acciaroli, in provincia di Salerno, definendolo un «orrore» che aveva procurato «gravi ferite al territorio del nostro Paese». Ricostruendo la vicenda, il giornalista ricordò che tra i protagonisti della «speculazione edilizia» c'era un magistrato di Cassazione, uno dei tanti «uomini squalo del XX Secolo» che «in spregio a tutte le leggi esistenti hanno costruito appartamenti rivenduti poi a peso d'oro». Il giudice si sentì diffamato e querelò l'autore dell'inchiesta. Lo scorso anno il giornalista fu condannato dalla Corte d'Appello di Roma al pagamento di 500 euro di multa oltre a circa 80mila euro di risarcimento danni per il magistrato coinvolto nel servizio e per i suoi familiari. La Quinta sezione penale della Suprema Corte, con la sentenza n. 29436, ha accolto il ricorso del cronista rilevando, tra l'altro, che «il termine "squalo" sicuramente non è volgare né paragonabile, nel contesto in cui è inserito, all'insulto gratuito o all'invettiva». Per i giudici di piazza Cavour, «nel linguaggio affaristico è in genere riferito ad operatori aggressivi o spregiudicati, ma non è sinonimo di malfattore, anche perché l'uso lato che se ne fa risente dell'accezione dotta (ruvido, rozzo, aspro) e di quella corrente (pescecane) della parola».



