Un vero e proprio cimitero con decine di carcasse di maschi di bufali appena nati. Centinaia di ossa e resti di animali in decomposizione, sotterrati in una fossa comune a poche decine di metri dal fiume Alento, nel cuore del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano. E' la scoperta fatta dagli uomini del Nucleo di Polizia ambientale aggregato alla Procura della Repubblica di Vallo della Lucania, formato da personale della guardia costiera e della Polizia provinciale e nato alcuni mesi fa con lo scopo di contrastare i reati ambientali lungo i corsi d'acqua. Una scoperta alla quale gli investigatori sono giunti proprio attraverso il controllo dei fiumi del Cilento, in particolare durante una indagine relativa all'inquinamento ambientale dei fiumi Lambro e Mingardo da parte dei frantoi della zona. Passando al setaccio l'area interessata dalla indagine, il nucleo di polizia ambientale si è infatti imbattuta in una azienda bufalina che scaricava le deiezioni animali provenienti dalle stalle direttamente in un vallone sottostante e quindi nelle acque del fiume Alento. La scoperta del cimitero di vitelli bufalini è avvenuto durante i controlli effettuati presso l'azienda da parte degli uomini di Guardia costiera e Polizia provinciale. Una scoperta inaspettata, dato che le carcasse dei vitelli giacevano sotto una coltre di terra, ben occultati. In seguito all'intervento delle ruspe, sono venute in superficie una cinquantina di carcasse di bufali maschi appena nati, probabilmente uccisi poiché considerati improduttivi in quanto non avrebbero prodotto latte. Ora, sulla vicenda indaga la Procura della Repubblica di Vallo della Lucania. Il titolare dell'azienda, un imprenditore campano, denunciato per reati ambientali, potrebbe infatti essere denunciato anche per il reato di uccisione di animali. Intanto, l'area del ritrovamento dei resti bufalini è stata posta sotto sequestro. Non più tardi di una settimana fa, sempre le indagini del nucleo di polizia ambientale, coordinate dal sostituto procuratore Renato Martuscelli, avevano portato al sequestro di tre opifici ubicati nella zona dei fiumi Lambo e Mingardo. In quella occasione, era emerso che ben nove frantoi sui dieci ispezionati non rispettavano le normative sull'inquinamento ambientale, scaricando i liquidi reflui direttamente nei corsi d'acqua.



