Piacciono, gli
A toys Orchestra, e molto. A pochi giorni dalluscita dellultimo e faticoso album Midnight talks, non cè giornale o rivista musicale che non parli di loro. Che non ne parli bene, o meglio, che non li riempia di elogi, salutando unanimemente il nuovo lavoro come la svolta decisiva, il bersaglio centrato.Il mensile Blow Up li mette addirittura in copertina, li esaltano Rolling Stone, Il Venerdì, Repubblica, Corriere. La critica de Il Giornale non lascia scampo: ascoltateli, vi prego: hanno una marcia in più.
Dire che il gruppo nato ad Agropoli 12 anni fa (la tappa agropolese del nuovo tour è prevista il 28 Maggio, alle 21, in Piazza della Repubblica) sia arrivato alla consacrazione definitiva è forse ancora troppo, o forse non lo si dovrebbe dire mai, specialmente in Italia, in un momento in cui una serie crescente di palcoscenici ha reso il concetto di successo quanto mai caduco, alla portata di troppi che non lasciano quasi mai il segno. Si raggiunge il podio della classifica musicale con la stessa velocità con cui si passa in panchina, per farsi sostituire subito dal nuovo usignolo usa e getta, per la gioia di Rudy Zerbi.
Ma, intendiamoci, quella da cui provengono e in cui vivono gli
A Toys Orchestra (pare che i puntini vadano messi sempre, pazienza!), è davvero unaltra musica, un altro pianeta. Il pianeta di chi di solito comincia con una chitarra sonicchiata nelle camerette delle case dei paesi di origine e arriva a costruirsi un proprio pubblico senza passare per le telecamere. E una musica che propone, come dovrebbe essere sempre, prima le canzoni e poi i personaggi. Simpegna a creare qualcosa di diverso e nellattesa di un segnale di approvazione lo presenta umilmente, prima ancora che sul mercato, fra i tavolini dei pub e fra le onde virtuali della rete, che pur se a fatica riesce a mantenere vivida unalternativa culturale e artistica credibile.
In mezzo a un panorama di tantissime sigle, teste sognanti, gruppi dai nomi volutamente alternativi (certo, è inflazione anche questa, dal momento che tutti hanno la possibilità di proporsi al popolo di internet), alla fine comunque qualcuno si innalza, si fa notare più degli altri, e si guadagna senza scorciatoie lattenzione meno superficiale del pubblico.
E successo appunto questo al gruppo di Agropoli che oggi vede il suo quarto album emergere dal sottobosco delle nicchie rockettare. Ma è unemersione che non si arrende alla tentazione del commerciale, e che resta coerente con la filosofia musicale degli inizi pur cercando sempre continui sbocchi di innovazione e sperimentazione. Un cammino calmo che tocca centinaia di microfoni in giro per il paese, sempre con lo stile stralunato e lievemente spettinato di chi sa essere anticonformista senza cadere mai nella caricatura della trasgressione (o meglio, quasi mai). La copertina dellalbum, oggettivamente spiazzante, forte, che raffigura un bacio-morso al limite del politicamente corretto, esprime questa non perduta necessità di essere limpidi, sinceri. Così come i puntini sospensivi nominati prima sembrano costringerci ogni volta a fare un piccolo respiro, prima di leggere il loro segno distintivo. Sembrano dirci che quella di Enzo, Ilaria, Raffaele e Andrea, è tutta unaltra storia. Né parabolica né spettacolare, semmai lineare, coerente, che può anche non piacere, ovviamente, ma della quale va riconosciuta la capacità di aver raggiunto risultati invidiabili partendo da qui, da Agropoli. Da quel Cilento che condanna i quattro ragazzi, in ogni intervista, a rispondere ritualmente allosservazione Venite da un piccolo paese di mare del Sud
(come a dire, lAfrica), e a evidenziare quindi i problemi logistici, culturali, materiali che li hanno portati sopra un treno quasi da subito, per poi stabilirsi a Bologna, punto strategico per unattività live brillante ma accolta soprattutto al centro-nord. Le maggiori opportunità artistiche ed economiche offerte al di sopra del Lazio sono un fatto innegabile e davvero non basterebbero politiche decennali per riequilibrarle totalmente.
Certo non basta neanche emigrare per trovare un albergo che accolga a braccia aperte le proprie velleità. Occorrono talento, fortuna, abnegazione, spirito di avventura, il retaggio, come sottolinea spesso la voce e leader del gruppo Enzo Moretto, di anni a divorare musica di ogni tipo. E magari anche un mare azzurro portato sempre in valigia.
Insomma, lx factor, ma senza Morgan. Alleluia.
Giovanni Landi



