Inaugurata il 25 aprile ed aperta al pubblico fino al 5 maggio 2009, col patrocinio per i Beni e le Attività culturali, della Soprintendenza per i Beni Archeologici delle province di Salerno ed Avellino e dellEnte provinciale per il Turismo di Salerno, ha ottenuto un grande successo di pubblico e di critica la mostra fotografica di Enza Polito dal titolo Simbiosi. Bellissima e significativa la presentazione in catalogo di Rino Mele La neve sulle mani: La fotografia appartiene al silenzio, al non detto, allo spazio dove la voce manca e limmagine saccampa con lacre asprezza del sonno vorace di volti irriconosciuti, tratti dal fetore della nebbia, dal caldo dei covili in cui si rifugiano i morti per sottrarsi al ricordo.
Quale che sia la tecnica dl fotografare, essa è sempre un fermare le immagini, sottrarle al tempo, dare ad esse lo statuto di una indecifrabile assenza,quei segni sono frammenti disidratati, privi di voce. La fotografia disorienta. Sottrae a colui che guarda proprio lorientamento; per quando indicativa in essa non cè nessun segnale certo: siamo tutti a testa in giù nel risuscitare dai morti. Mai sapremo come guardare il non tempo, dal tempo travolti, spinti verso il basso dal suo torrenziale assordare. Dove eravamo quel giorno in cui fummo fotografati. Limmagine ferita della fotografia non ha attori, per quanti fantasmi fermino in essa la loro corsa, per quante ombre bianche tengano alzate le braccia e danzino nel recinto. Ho sul tavolo un fascetto di spine, le foto di Enza Polito ( ricordo le sue pietre fotografate, i disegni superbi dellinorganico, lansia nera con cui scopriva sentieri scistosi): sono queste spine i particolari di animali, le ampie orna dei bufali, il muso umido, le narici aperte a nutrirsi daria, la lingua tenera come la luna. Enza si avvicina tanto alloggetto da riprendere che ne allontana lidentità e lo ricostruisce suggerendo presenze arcane prive di nome, divini animali simili alla pietra, alla terra profonda, allacqua immemore. I bufali di Enza Polito vengono dalla terra di Paestum prima di Paestum. Emergono da una sconosciuta palude e sembra un cielo che grava su un vuoto incolmabile.. Essi non hanno zampe, non corrono con solenne lentezza, non sciolgono il loro muggito, sono un enorme feto nel buio, sul loro grande corpo cerca i segni che aveva chiesto alle pietre, larmonia stellare del giro soave delle corna, un lucore improvviso degli occhi, lincurvarsi del collo come il tremito di una collina. La continuazione tra sguardo e immagini, la continuità disperata dei ciechi con le cose. (Rino Mele)



