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Agropoli, De Chiara trionfa al Fantacalcio: "un sogno che inseguo da 11 anni"


Quando si realizza un sogno, e lo si fa con semplicità e onestà, le emozioni e gli sforzi che lo hanno preceduto e permesso diventano improvvisamente delle tenere sagome di onesta soddisfazione ed esuberante compiacimento. E magari buttano giù anche qualche lacrima. Dino De Chiara, agropolese, 31 anni, manovale e agricoltore, ha scoperto il Fantacalcio 11 anni fa, e da allora non se ne è mai separato, divenendo uno dei fantacalcisti più celebri e attivi d’Italia.

 Nell’ambiente lo conoscono tutti, anche per il suo amore viscerale verso il gioco e per le sue battaglie contro la deriva affarista e sistemista del calcio (e del fantacalcio). Lo conoscono anche per i tanti successi e premi che in 11 anni di “militanza” è riuscito a portare a casa, appoggiato alla sua innegabile abilità tattica e psicologica, alla sua propensione al rischio e alla sua rara esperienza. Ma questa volta De Chiara l’ha fatta davvero grossa, ed è finito su tutti i giornali: non solo ha vinto, sogno dei sogni, il Primo premio della Magic Cup sugli Europei della Gazzetta dello Sport, il più importante concorso nazionale di Fantacalcio, ma si è guadagnato anche la medaglia di bronzo, il posto 4, il 7, l’11, il 17 e numerosi altri premi minori. Risultato? Una macchina Volvo c30, un viaggio a Capo Verde, una home theatre, due navigatori satellitari, due televisori, due macchine del caffe', otto lettori mp3. Insomma un trionfo, se si considera che quest’anno la Magic Cup ha visto la partecipazione di 37000 squadre. La squadra di De Chiara è composta da quattro ragazzi, messi insieme proprio da lui, che si divideranno i premi in parti uguali così come hanno fatto con l’impegnativo lavoro di questo mese. I tre compagni del Nostro vincitore, tutti 22enni e studenti d’Università, sono Davide Rampazzo, di Vigonovo (Ve), Gaetano Cucciniello, di Cimitile (Na) e Angelo Garruto, di Foggia.

De Chiara, cosa la spinse a entrare nel mondo del Fantacalcio?

Successe per caso, in un periodo in cui ero abbastanza disamorato dal calcio. Mi incuriosii vedendo i miei amici dilettarsi con quel gioco, e impegnarsi molto anche. Studiavano le formazioni dappertutto, ogni volta che potevano, e compravano sempre la Gazzetta. Così me lo feci spiegare…e fu un colpo di fulmine. La prima volta che giocai fu con i miei due fratelli, direttamente al campionato nazionale: arrivai tra i primi in classifica.

Quale aspetto del Gioco più la attraeva?

Divertiva moltissimo, e in più stuzzicava l’ingegno e la fantasia. Ti potevi sentire contemporaneamente presidente, logistico, allenatore, operatore di mercato, psicologo anche, perché no…

Dunque è questo che ha fatto la fortuna del Fantacalcio, la possibilità di sentirsi nei panni dei grandi signori del Pallone?

Si. E’ praticamente una simulazione di come si gestisce, dal lato economico all’aspetto tecnico, una  vera squadra di calcio. Come nella realtà, bisogna stare attenti agli investimenti, al rapporto qualità-prezzo, alle plusvalenze che servono quando si vuole fare mercato.

Prima ha detto che c’entra anche la psicologia…

E' importante entrare nelle menti di allenatori e designatori, ma anche studiare gli avversari fantacalcisti: capire, intuire, prevedere le loro mosse per agire di conseguenza.

Qualcosa di più di un gioco, insomma. Se si vuole concorrere seriamente bisogna dedicargli molto tempo. …

Esatto. Infatti la prassi del gioco è talmente impegnativa e i professionisti sono talmente tanti che i miei vincoli lavorativi non mi consentivano di svettare quanto avrei voluto.

Ed ecco il motivo per cui ha deciso di creare una squadra. Come ha conosciuto i suoi tre compagni?

Frequentando forum tematici. Anche loro erano molto capaci e celebri nell’ambiente per le loro abilità, e spesso li sentivo per scambiarci informazioni e impressioni. Così si è deciso di formare un super team per provare a realizzare il nostro sogno, ciò per cui lottavamo da tanto tempo. La struttura della squadra ci ha permesso di sfruttare al massimo le nostre personali qualità per metterle nel piatto del gruppo e creare una macchina quasi perfetta.

Ma anche in quattro il lavoro non dev’essere stato poco, visto che siete partiti con un numero di 300 squadre. Come vi siete organizzati.

Ci siamo divisi equamente il lavoro di ricerca, studio e formazione, dandoci dei turni, anche notturni. Poi io all’inizio ero convalescente da un’operazione, e quindi ho avuto un po’ più di tempo…allo stesso modo loro hanno avuto una situazione universitaria tale da permettergli di rallentare lievemente gli studi.

E come avete comunicato invece?

Con un forum aperto solo a noi quattro, diviso in diverse sezioni. E poi ovviamente via telefono.

Adesso sarà giunta l'ora di conoscervi dal vivo, no?

Infatti saranno presto ospiti a casa mia. Ragazzi immensi anche sotto il profilo umano…è stata una vera avventura di squadra, di quelle che lasciano il segno interiormente.

Veniamo alla parte più tecnica…i metodi e i nomi delle formazioni dalla difesa all’attacco?

Dunque… il metodo è stato molto semplice, ma allo stesso tempo esasperato tatticamente.

La difesa è importantissima per i punti: come portiere abbiamo tenuto fisso Buffon, sia perché è indubbiamente grande sia perché i giornalisti della Gazzetta tendono ad alzare i voti dei giocatori italiani. Le 300 squadre sono state divise in 8 blocchi difensivi diversi, fondati appunto sulla consapevolezza fondamentale dei voti gonfiati agli italiani: i quattro titolari della difesa sono stati sistemati in combinazioni diverse, dal solo Panucci, a tutte le altre sette combinazioni possibili.

Al centrocampo abbiamo tenuto fisso Ballack, mentre in attacco abbiamo diviso tutto in fasce: i quattro top class (individuati in Toni, Torres, Ibahimovic e Klose), e altri 12 attaccanti, tra cui Villa e Podolski.

Tanta intelligenza tattica, ma la fortuna quanto ha pesato?

Credo poco alla fortuna: se abbiamo vinto è stato solamente perché siamo riusciti ad indirizzare la fortuna a nostro favore.

Ancora una volta hanno criticato il numero troppo alto di squadre con cui avete iniziato a giocare.

Noi non abbiamo avuto nessuna difficoltà a dichiarare le nostre 300 squadre iniziali. E’ stata la prima volta che abbiamo fatto una scelta del genere, e poi altri partono con molte più squadre. Il confine fra successi frutto di sistemismo e successi dovuti all’abilità e alla preveggenza è molto chiaro, e studiando i nostri movimenti ciò si comprende facilmente.

Ecco, vediamone qualcuno. Negli Europei, su cui appunto è stata strutturata la Magic Cup, quali sono stati gli elementi che hanno fatto la differenza e vi hanno aperto la strada del primo premio?

Le prime due partite le abbiamo giocate un po’ come tutti, adattandoci al sistemismo senza troppe accortezze: se non andava bene un gruppo di squadre, ce n’era un altro pronto a stare in testa. Ma in prossimità della terza partita abbiamo avuto l’intuizione che le squadre qualificate, vista la vicinanza coi quarti, potessero decidere di far riposare in massa i loro giocatori migliori. C’avevamo visto bene: avvenne proprio così. E questa intuizione ha fatto sì che il terzo turno portasse a noi una marea di punti, mentre per moltissimi altri è stato una Caporetto.

Nelle semifinali poi, mentre tutti puntavano sui giocatori tedeschi, grandemente favoriti, noi abbiamo formato, oltre a quadre miste e a una squadra tedesca, anche una coraggiosa squadra con soli spagnoli. Ed ecco un’altra azione fondamentale per il nostro successo, garantito anche da un distacco sempre maggiore con gli altri partecipanti, i quali non avevano potuto come noi puntare su Casillas.

Arriviamo così in finale in ottime condizioni, anche se con un abilissimo concorrente che ci tiene il fiato sul collo. Alla fine la spuntiamo su di lui per mezzo punto: ha fatto delle ottime scelte e ha dimostrato di saper rischiare tantissimo, sono sicuro che farà molto parlare di sé in futuro.

E così, fra settimane di calcoli, cambiamenti e previsioni, arrivate trionfali a una grande vittoria. Lei come ha reagito alla notizia?

Ho avuto un attimo di vuoto, una sensazione indescrivibile. Mi sono commosso pensando ai miei 11 anni di fantacalcio, alle attese e alle paure, ai grandi obiettivi solo sfiorati, alle pacche sulle spalle degli avversari, alle tante ore passate a costruire questo sogno.

Ma una squadra del cuore ce l’ha ancora?

Prima tifavo Napoli, però da quando gioco al Fantacalcio si può dire che non tifo più. Ora sostengo e mi affeziono ai giocatori.

Per esempio questa vittoria a quale giocatore la lega principalmente?

A Cesc Fagregas. Grazie a lui siamo andati molto molto avanti.

Da tempo accusa animatamente la Gazzetta di adeguarsi alla cultura del guadagno sempre più dilagante. Continuerà la sua battaglia?

Certo. Già questa vittoria è stata una provocazione: abbiamo dimostrato ai tanti furbastri e professionisti del gioco che noi, grazie alla nostra abilità, lottando alla pari e con i loro metodi di partenza, vinciamo.

Questo fantacalcio non è quello che vogliamo. Il giornale rosa ha fatto sì che divenisse una copia del calcio anche nei suoi aspetti più perversi, come il guadagno. Si potrebbe dire che ormai i premi sono finanziati tutti dagli sponsor, mentre la gazzetta si occupa di fare cassa incentivando meccanismi di “numero” più che l’abilità individuale. Ciò dura da molti anni e snobilita tutto il gioco. Noi siamo felici perché la piccola fama regalataci da questo nostro risultato ci ha consentito di portare avanti un duplice obiettivo: dire la verità e aprire gli occhi alla gente. 

Giovanni Landi

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